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CORRUZIONE E PROGETTI DI SVILUPPO: UNA PROSPETTIVA ANTROPOLOGICA 16 aprile 2007

Posted by francescostaro in POLITICA E COOPERAZIONE.
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1.Introduzione
2.Perchè un’antropologia della corruzione
3.La corruzione nei progetti di sviluppo dell’India rurale
4.Conclusioni: combattere la corruzione?

Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava,
un tribunale decideva di applicare le leggi,
provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere (…).
In quei casi il sentimento dominante,
anziché di soddisfazione per la rivincita della giustizia,
era il sospetto che si trattasse di un regolamento di conti
di un centro di potere contro un altro centro di potere.
Italo Calvino, “La coscienza a posto”

1. Introduzione

La lotta alla corruzione è un prodotto tipicamente moderno. Se per corruzione si intende il ricorso a meccanismi di contrattazione politica ed economica paralleli o alternativi a quelli istituzionali, svincolati dalle procedure burocratiche e dall’egida della statualità, utilizzando le lenti dell’antropologia politica è possibile comprendere come l’intensificazione degli sforzi per combattere questo fenomeno sia complementare ad una crescente affermazione della crisi dell’entità statale e, più in generale, di una certa idea di politica. Il fenomeno della corruzione può essere quindi utilizzato nei termini di un indicatore capace di rendere conto della crescente complessità delle società contemporanee, mettendo in luce alcune sfide significative per la riflessione sulla politica della società del futuro.
Per l’antropologia politica quello della corruzione è un argomento di indagine relativamente recente. Si tratta di un fenomeno trasversale, la cui indagine è applicabile a diversi contesti – società occidentali, paesi in via di sviluppo – e a diversi livelli – grandi istituzioni internazionali e realtà rurali. Il contesto degli interventi di sviluppo economico si è affermato come ambito di indagine privilegiato: è in questo contesto che la corruzione è spesso indicata come uno dei principali ostacoli alla pianificazione del mutamento sociale. Come si cercherà di mettere in luce in queste pagine, la ricerca antropologica contemporanea ha cercato di evidenziare come, al fine di comprendere a fondo la natura del fenomeno, sia necessario considerare come la corruzione costituisca una delle poche arene politiche in cui i “beneficiari” dei progetti di sviluppo possono entrare in contatto con i promotori degli interventi. Da questa prospettiva la lotta indiscriminata alla corruzione promossa da diversi attori internazionali rischia di diventare una strategia incapace di entrare in contatto con la realtà sociale nella quale si propone di intervenire.
Dopo una breve introduzione sul percorso che ha portato la disciplina antropologica ad occuparsi della corruzione, questo lavoro cercherà di fornire qualche esempio dei risultati ottenuti in questo campo di ricerca. Attraverso il riferimento etnografico all’India post-indipendenza si proverà ad esplorare i “meccanismi” della corruzione, privilegiando l’attenzione per l’India rurale e per le dinamiche della corruzione in un contesto di sviluppo economico.

2. Perchè un’antropologia della corruzione

Annoverare la corruzione tra gli oggetti di studio dell’antropologia politica significa considerare un particolare momento storico della disciplina che, a partire dagli anni ’70, è stato caratterizzato da un generale movimento di ridefinizione dei paradigmi interpretativi e degli schemi concettuali di riferimento1. Prendendo le distanze dall’impostazione della scuola funzionalista, orientata ad offrire una immagine della società che privilegia il mantemimento dell’ordine sociale nel tempo, così come dalle sopravvivenze della dottrina evoluzionista, l’antropologia politica di questi anni inizia ad approfondire la dimensione del mutamento sociale e delle dinamiche che travalicano i confini dello stato nazione. Tale mutamento di prospettiva, che in pratica assume la forma di una moltiplicazione delle aree di interesse, è determinata da una serie di fattori. Tra questi, è qui opportuno ricordare le difficoltà che la ricerca antropologica contemporanea incontra nello studiare un gruppo sociale “isolato” dal proprio contesto, così come l’insufficienza della cornice dell’autorità statale per comprendere a pieno la natura della contrattazione politica. Prima di affrontare direttamente il tema della corruzione è utile recuperare alcune ricerche prodotte a partire dagli anni ’70 da cui trarre gli strumenti teorici per comprendere in che modo la corruzione sia potuta diventare un oggetto di studio dell’antropologia politica.

Una valido esempio da cui partire per seguire la “messa in opera” della nuova impostazione di ricerca ora introdotta è offerto dal testo di Bailey, Stratagem and spoils. A Social Anthropology of Politics, pubblicato nel 1970 e concentrato sulle realtà rurali indiane. L’analisi proposta dall’autore mira a non rinchiudere l’analisi del mutamento sociale in determinati insiemi astratti – costituiti dalle norme giuridiche della “struttura sociale” o da un corpus di valori rituali che costituiscono una “cultura” – e che, al contrario, riconosce come non sia «la presenza di un governo, ma l’esistenza del conflitto per il controllo delle risorse, a definire la struttura politica (…)» (p. 19, dall’introduzione all’edizione italiana). In questa luce «non possono essere ignorati i riflessi che sulla struttura politica hanno le relazioni che connettono il sistema con altri sistemi sociali» (ivi). Quest’ultima questione, che tematizza l’”esplosione” dei confini (di un villaggio o, più in generale, di una società) a cui era vincolata l’analisi politica classica, può essere un primo elemento utile da recuperare in questa sede per avvicinare l’analisi antropologica del fenomeno della corruzione.
L’autore applica all’analisi della realtà rurale indiana l’immagine delle “forme politiche incapsulate”, capace di rendere l’idea della presenza di molteplici livelli di azione – ad esempio internazionale, nazionale, regionale e di villaggio – in cui si svolgono le negoziazioni tra istituzioni e comunità locali. Gli argomenti chiave intorno ai quali Bailey costruisce la propria riflessione sono quelli della multiappartenenza sociale con un riferimento costante al continuo adattamento reciprico tra il sistema politico ed il suo ambiente. Questo è infatti caratterizzato da differenti regole politiche: nel caso dell’India rurale, ad esempio, l’autore ricorda come la categoria del “politico” debba essere messa a confronto con almeno quattro linguaggi – quello della struttura tribale, della struttura castuale, della burocrazia e dell’impianto democratico.
Lo studio antropologico del processo di contrattazione politica a livello di strutture tribali o di villaggio dovrà quindi essere integrato da uno sguardo “allargato”, capace di includere le dinamiche determinate ad un livello più alto della struttura sociale. Considerando la pluralità delle motivazioni e degli interessi dei diversi attori coinvolti è subito chiaro come la presupposta linearità di un progetto di sviluppo promosso dall’autorità centrale [nota 3] possa scontrarsi con diverse difficoltà pratiche. Uno degli ostacoli più importanti a cui Bailey presta attenzione è quello delle diverse impostazioni valoriali proprie della struttura politica “incapsulante” ed “incapsulata”. Ad esempio, la popolazione locale coinvolta in un progetto di ridistribuzione dell’accesso ad una risorsa naturale come l’acqua, muovendo da un impianto valoriale differente da quello proprio dell’ente promotore del progetto, potrà trovarsi nella condizione di non comprendere affatto gli obiettivi che l’intervento di sviluppo si propone di raggiungere. Scrive Bailey:

Molte ideologie contadine differiscono profondamente dalle ideologie moderne a proposito dell’interazione tra gli uomini nel contesto delle risorse naturali (…). I contadini agiscono come se credessero di partecipare ad una competizione a somma zero: come se il successo di uno qualsiasi dei contendenti non potesse essere raggiunto che a prezzo del fallimento di qualcun’altro: non vi è spazio per una situazione che non dia un risultato a somma zero (…). Idee di questo genere hanno evidenti conseguenze sulla pianificazione (…). Fissare come scopo del programma politico di uno l’obiettivo dell’innalzamento del livello politico di tutti, dà al contadino la sensazione della ciarlataneria. (p. 223)

Anziché produrre una più equa ripartizione della risorsa naturale in questione, gli esiti del progetto vengono interpretati nei termini di un intervento anti-sociale, del tutto distante dalle priorità percepite dalla popolazione locale. Quella che si viene così a delineare è una situazione di incomunicabilità tra le parti coinvolte.
La complessità di questo scenario, ci dice Bailey, è incrementata da due fattori ulteriori: da un lato il grado di determinazione ad intervenire da parte dell’autorità centrale e la propensione a mediare il processo di trasformazione sociale (ovvero il grado in cui l’”incapsulamento” è messo in atto esclusivamente a livello nominale, oppure attraverso la collaborazioni di funzionari provenienti dalla comunità locale, oppure tramite una vera e propria soppressione dell’ordine politico “incapsulato”). Dall’altro lato, le risorse materiali e simboliche a disposizione dell’autorità promotrice dell’intervento e della popolazione “beneficiaria”. Ed è proprio sulle diverse risorse impegnate nel processo di mutamento sociale che l’autore stringe l’attenzione attraverso il riferimento ad un caso etnografico raccolto dallo stesso Bailey nella zona di Bisipara, cittadina del nord-est indiano, alla fine degli anni ’50.

Il resoconto etnografico con cui l’autore integra la propria analisi è utile per riconoscere il ruolo cruciale che le risorse materiali e simboliche giocano nei processi di contrattazione politica e, come si cercherà di illustrare, per la comprensione in chiave antropologica del fenomeno della corruzione.
Il contesto di riferimento dell’etnografia qui esaminata è quello delle politiche anti-discriminatorie messe in atto dal partito del Congresso nell”India post-indipendenza. Il gruppo sociale dei Pan, appartenente alla casta degli Intoccabili, iniziò ad impegnarsi per favorire la propria emancipazione, adottando dei comportamenti che si adeguavano alla nuova legislazione emanata dal governo centrale, scontrandosi però con le convenzioni sociali cristallizzate nel sistema castale. In particolare, l’episiodio chiave di questo processo di mutamento avvenne nel momento in cui il gruppo dei Pan rivendicò il diritto di accedere al tempio della città – una violazione manifesta della regola che riservava ai soli Bramini la possibilità di entrare nell’edificio religioso – ricorrendo al supporto dell’autorità centrale e reclamando con insistenza l’intervento della polizia. Bailey descrive questi fatti nei termini di una “crisi morale”. L’intento dell’autore consiste nel mettere in luce un duplice corto circuito di ordine culturale: da un lato, la violazione delle restrizioni spaziali e temporali a cui le caste inferiori erano sottoposte; dall’altro, la violazione di quella particolare norma sociale “non scritta” in vigore nella comunità di Bisipara che imponeva di gestire i rapporti politici “interni” senza violare i confini della comunità locale, e quindi senza fare ricorso a risorse politiche esterne, appartenenti in questo caso all’autorità governativa [nota 4].
«Questo caso ha il suo valore come microcosmo nel quale possono essere visti in atto alcuni di quei processi politici che si svolgono in ogni arena, quali che siano le sue dimensioni», scrive l’autore. Ai fini della breve analisi qui proposta è utile evidenziare come il caso etnografico esaminato permetta di stringere l’attenzione su due questioni.
In primo luogo, per quanto riguarda l’utilizzo delle risorse a disposizione delle parti coinvolte nel processo di contrattazione politica, è possibile evidenziare come i gruppi sociali in competizione mettano in atto una procedura di appropriazione simbolica dell’intervento dell’autorità governativa. Ai fini della comprensione delle dinamiche del conflitto, è più significativo il valore attribuito dagli interessati alle risorse in gioco piuttosto che l’efficacia dell’intervento concreto della polizia nel contingente. Seguendo Bailey, lo scopo della casta dei Pan

(…) non era quello di entrare nel tempio o di sedere nella casa delle adunanze o di toccare una persona di casta pura, quanto piuttosto di ottenere dalle caste pure il riconoscimento del diritto di fare queste cose (p. 243).

Queste considerazioni offrono un utile spunto di riflessione per ragionare sul tema della corruzione. Come vedremo in seguito, considerare quello della corruzione come un linguaggio della contrattazione politica – piuttosto che come un semplice comportamento deviante – significa prestare attenzione alle modalità in cui gli attori sulla scena sociale attribuiscono significato alle risorse in gioco. Si tratta in definitiva di evidenziare la fondamentale distinzione tra ricchezza economica e credito politico.

La sola ricchezza non produce di per sé potere politico. Un qualche gesto positivo che simbolicamente testimoni la trasformazione della ricchezza in prestigio deve essere compiuto; e tutti devono riconoscere e specialmente coloro che il privilegio già possiedono, che questo gesto è legittimo (p. 233).

In secondo luogo, se il caso etnografico dei Pan riferisce di un più vasto movimento riformatore messo in pratica in India dal partito del Congresso, l’analisi che ne propone Bailey contribuisce a problematizzare lo stesso concetto di modernizzazione. L’attenzione è ora di nuovo concentrata sulle “strutture politiche incapsulate”: il conflitto tra Pan e Bramini e la decisione dei primi di ricorrere all’intervento governativo per difendere i propri diritti ci dice che il processo di mutamento è frammentato in diverse arene politiche, e che la programmazione di un intervento da parte dell’autorità centrale in un determinato ambito non implica la risoluzione delle tensioni; le problematicità sul campo possono “migrare” in altri contesti sociali o “tradursi” in nuovi linguaggi, rendendo il “mutamento pianificato” una tattica del tutto inefficace. Scrive Bailey:

Talvolta l’élite che modernizza può buttarsi a corpo morto nell’impresa, senza preoccuparsi delle conseguenze e del costo (…). Nessuna squadra sa con sicurezza qual’è il potenziale dell’altra e come lo utilizzerà (…). L’improvvisa immissione di nuove risorse entro l’arena politica può condurre all’incertezza e alla crisi, e ciò a sua volta spinge gli attori a lanciare sfide e ottunde la loro percezione della realtà con una dose troppo grande di principi (p. 263).

Seguendo Bailey, più che valutare il successo o l’insuccesso dell’iniziativa della casta dei Pan è importante evidenziare le modalità in cui il conflitto si è svolto, utilizzando una pluralità di arene politiche caratterizzate da diversi registri valoriali e attribuendo un particolare significato alle risorse materiali e simboliche a disposizione delle parti coinvolte.
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Un esempio di attualità: la lotta alla corruzione in Romania
La cronaca di questi giorni offre uno spunto per testare la validità dell’analisi qui introdotta. La Romania, impegnata nel percorso di stabilizzazione ed irrobustimento dell’apparato democratico, ha recentemente affrontato una crisi politica determinata dalla fragile alleanza di governo in cui la minoranza ungherese e gli ex-comunisti Social Democratici giocano un ruolo cruciale. La caduta dell’esecutivo si è concretizzata in occasione della votazione per il rinnovamento dell’impegno militare romeno in Iraq e ha lasciato il paese senza un Ministro degli Esteri per oltre un mese.
Una delle vittime del rimpasto politico è Monica Macovei, ex ministro della giustizia, esclusa dal nuovo esecutivo. La Macovei è stata la promotrice del “piano anti corruzione” che ha determinato in maniera rilevante l’accesso della Romania nell’Unione Europea avvenuta il 1 gennaio 2007. Le riforme proposte, che avrebbero dovuto portare alla creazione di una National Integrity Agency – una istituzione indipendente incaricata di indagare, tra l’altro, la legittimità degli incarichi pubblici –, sono state apprezzate a Bruxelles ma hanno fruttato alla Macovei una pessima reputazione in patria. Nel documento approvato dalla maggioranza del Senato romeno per richiedere la rimozione dall’incarico del ministro si legge che la Macovei «ha discreditato il lavoro legislativo che è stato compiuto in questi anni sia in Romania che all’estero» [nota 5].
Il caso della Macovei qui brevemente ricordato può integrare l’analisi qui proposta nei termini di un esempio capace di illustrare come i diversi livelli su cui si articola lo scontro politico possano risultare determinanti in un percorso di mutamento sociale. La proposta di riforma – che, in questo caso, proviene “dal basso”, ed in particolare dalle organizzazioni della società civile romena a difesa dei diritti umani nelle quali Macovei è stata coinvolta per molti anni – fa riferimento ai valori e alle priorità della Comunità Europea; le élite politiche romene, al contrario, sono orientate in questo caso alla difesa degli interessi particolaristici e quindi avverse ad un simile processo riformatore.
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Per approfondire la comprensione del nuovo approccio dell’antropologia politica ora introdotto si farà riferimento ad un secondo saggio, The politics of ritual secrecy di Abner Cohen pubblicato nel 1971. Così come attraverso il saggio di Bailey è stato possibile evidenziare l’insufficienza di un’analisi “monodimensionale” per la comprensione del mutamento sociale – diverse sono le arene politiche e registri discorsivi da considerare -, anche il saggio di Cohen fa proprio questo schema interpretativo, applicandolo al contesto della Sierra Leone degli anni ’60, a pochi anni dall’ottenimento dell’indipendenza dal governo britannico6.
L’attenzione dell’autore è concentrata sulla storia del gruppo dei Creoli, discendenti degli schiavi, la cui emancipazione, promossa dal governo inglese tra il 1780 ed il 1850, portò ad un loro insediamento prevalentemente nelle aree urbane della penisola di Freetown. Il saggio rende conto delle dinamiche di differenziazione sociale nei confronti delle popolazioni native della Sierra Leone messe in atto dai Creoli dopo aver ottenuto la libertà: fu occupata la maggior parte delle posizioni lavorative all’interno dell’apparato burocratico della colonia e del protettorato britannico; fu raggiunto un discreto successo nel commercio fino al primo dopoguerra, quando le risorse economiche iniziarono ad essere impegnate prevalentemente per assicurare ai più giovani un percorso educativo di eccellenza presso università inglesi o statunitensi; più in generale, si cercò di costruire un cultura creola in netta contrapposizione con le comunità native locali.
La comunità creola in Sierra Leone fu caratterizzata da una massiccia adesione alla Massoneria, società segreta di origine britannica che negli anni ’70 contava più di sei milioni di iscritti in tutto il mondo. Ed è proprio a questo tipo di coinvolgimento che, seguendo Cohen, dobbiamo guardare per riuscire ad osservare il processo di mutamento sociale che interessò le comunità locali con l’avvicinarsi dell’ottenimento dell’indipendenza dall’Inghilterra e, più in particolare, per capire in che modo il gruppo dei Creoli cercò di difendere i propri interessi ed i privilegi acquisiti. Nel 1947 infatti furono presentate le prime proposte per la riforma costituzionale che prevedevano, tra l’altro, la chiamata alle urne per l’elezione dei membri del nuovo consiglio legislatore. Ciò significava un drastico ridimensionamento dell’influenza della comunità creola nel nuovo sistema politico dato che la maggioranza della popolazione apparteneva ai due gruppi etnici locali (Mende e Tende, rispettivamente 30,9% e 29,8% della popolazione in Sierra Leone nel 1970). I Creoli riconobbero presto che ogni tentativo di organizzarsi politicamente seguendo i canali tradizionali sarebbe stato disastroso: l’appartenenza alla società segreta della Freemasonry fu quindi determinante nei termini di un’arena politica parallela ed “invisibile” [nota 7] per partecipare alla ridistribuzione del potere politico.
Adottando un approccio storico l’autore argomenta come ai momenti di difficoltà per la comunità creola corrisponda una moltiplicazione delle società segrete e un aumento dele persone iscritte. In particolare, oltre alla fase di costruzione del nuovo impianto legislativo (dal 1947 al 1952, un arco temporale che registrò un raddioppiamento delle società segrete da 6 a 12), Cohen fa riferimento al periodo in cui salì al potere Albert Margai, primo ministro dal 1964 dopo la morte del suo fratello e predecessore Milton Margai. Se quest’ultimo adottò un politica di cooperazione con la comunità creola, Albert Margai, perseguendo l’affermazione di un regime di matrice dittatoriale, ridusse drasticamente posizioni privilegiate occupate dai creoli nella società locale. Grazie alla rete invisibile delle società segrete i Creoli riuscirono ad organizzare un’opposizione politica “trasversale” [nota 8] che determinò la caduta del governo.
Oltre all’approccio storico ora introdotto, Cohen offre diversi spunti di riflessione per guardare alle modalità in cui la società segreta in questione funziona e si riproduce. Ai fini dell’analisi qui proposta è interessante notare l’enfasi sui “drammi rituali” che segnavano il passaggio dei membri iscritti tra i vari “livelli” della loggia ed il riferimento al “sistema di moralità condiviso” dagli stessi partecipanti. Si tratta di elementi che portano a considerare il grado di coinvolgimento personale e l’importanza che l’esperienza soggettiva ricopre all’interno di questo tipo di associazione segrete. Guardare al processo di identificazione e di costruzione dei Creoli come un gruppo sociale permette di capire come la società segreta non sia una associazione che persegue esclusivamente obiettivi “politici” – come può essere ad esempio il caso della difesa degli interessi di categoria. Si tratta in realtà di una apparteneza molto più complessa, capace di permeare le interazioni quotidiane degli iscritti mettendo a disposizione un bagaglio di risorse materiali e simboliche. Si legge nel saggio che

Through the sharing of the same sign language, the same system of beliefs, the same secret rituals, and the same organization (…), strong moral bond develop between them which often trascend, become stronger than, many other bonds, so that when they meet outside the lodge framework they talk together more confidentially and more intimately than if they were not brothers within the same movement (p. 445).

In maniera significativa, l’autore propone di guardare alla loggia nei termini di un “linguaggio per l’azione” capace di adattarsi a diversi contesti sociali.

Freemasonry has different structural functions under different social conditions, and in its history in Europe it has served to organise conservative as well as proressive movements. Its functions are determined neither by its doctrine nor by its formal organization. But it is definitely an organization especially suited for the well-to-do (p. 447).

Attraverso l’analisi dei due saggi proposti si è cercato di raccogliere alcuni riferimenti teorici per capire in che modo l’antropologia politica ha attraversato a partire dagli anni ’70 un periodo di revisione dei paradigmi interpretativi che è sfociato nell’analisi di fenomeni a cui fino ad allora la disciplina non aveva prestato attenzione. Come si cercherà di illustrare in seguito, l’antropologia della corruzione rientra rientra pienamente in questo discorso.

3. La corruzione nei progetti di sviluppo dell’India rurale

Sulla scorta del lavoro di ricerca svolto nell’India settentrionale tra il 1984 ed il 1992 Akhil Gupta nel saggio Narratives of corruption (2005) propone un resoconto etnografico esplicitamente dedicato al tema della corruzione. La cornice teorica in cui si colloca questo lavoro, informato all’approccio sopra introdotto, è quella dell’etnografia dello stato, una corrente antropologica dedicata all’analisi dellla statualità, dei suoi apparati e dei meccanismi che dovrebbero assicurarne la riproduzione. Si tratta di un’area tematica trasversale, approfondita da diverse discipline, accomunate dall’obiettivo di mettere in luce la crisi della forma stato classica all’interno della società globale contemporanea.
Uno dei contributi che l’antropologia offre a questa corrente di pensiero è, com’è il caso del saggio qui preso in esame, un analisi dello stato attraverso lo strumento dell’analisi discorsiva; un approccio che, prendendo le distanze dai discorsi ufficiali che ripropongono l’unicità e l’intergità delle istituzioni dello stato, guarda a come l’impianto burocratico statale appare agli occhi dei cittadini. In particolare, questa impostazione analitica guarda alla popolazione residente nelle aree rurali, lontana dai centri del potere e spesso non coinvolta (anche e soprattutto fisicamente) nelle procedure della rappresentanza politica1. Come si cercherà di illustrare, in questo contesto spesso si concretizza un pesante attrito tra l’immagine di coerenza ed efficienza dell’autorità statale e l’idea di stato veicolata attraverso le rappresentazioni popolari.
La corruzione si colloca a cavallo tra queste due immagini dello stato così distanti. Più precisamente, si tratta di un linguaggio attraverso il quale le popolazioni escluse dalla contrattazione politica ufficiale riescono ugualmente a partecipare alla competizione per l’accesso alle risorse, utilizzando un’arena politica alternativa.

L’etnografia proposta da Gupta prende in esame un progetto di sviluppo rurale messo in atto dal governo indiano a partire dai primi anni ’90 (Jawahar Rojgaar Yojana – Jawahar Employment Scheme) e dedicato principalmente all’irrobustimento delle infrastrutture nei villaggi interessati e a favorire l’iserimento occupazionale nel settore dell’agricoltura, prestando particolare attenzione alla tutela delle caste inferiori. L’attività di ricerca sul campo ha permesso all’autore di prendere consapevolezza di come spesso i funzionari del programma di sviluppo rappresentassero agli occhi dei “beneficiari” l’unico contatto con l’autorità statale. Le contrattazioni quotidiane attraverso cui i contadini negoziano l’allocazione delle risorse del progetto di sviluppo costituiscono la principale arena in cui si concretizza lo stato agli occhi dei contadini indiani. Il resoconto di Gupta ci dice che queste relazioni sociali sono permeate da una forte corruzione: le contrattazioni informali sono alla base di molte decisioni strategiche per quanto riguarda il finanziamento di programmi all’interno del progetto di sviluppo (come ad esempio la costruzione di una strada asfaltata, di un sistema di irrigazione, di un deposito per il raccolto). Avere a che fare con lo stato significa, per un agricoltore indiano coinvolto nel progetto si sviluppo, contrattare con il funzionario responsabile utilizzando un registro comportamentale e discorsivo decisamente lontano dalle complesse procedure burocratiche dello stato. In maniera significativa il saggio permette di evidenziare il coinvolgimento di entrambe le parti coinvolte nella dinamiche della corruzione, i funzionari da un lato e i contadini dall’altro. A tal riguardo l’autore ricorda un momento chiave nella storia del progetto di sviluppo in questione: a partire dal 1989 l’autorità centrale modificò la modalità di distribuzione dei finanziamenti individuando un referente all’interno di ogni singolo villaggio, senza più avvalersi della “mediazione” dei funzionari del progetto. Tale cambiamento fu ufficialmente motivato da un alto grado di inefficienza e di corruzione a livello burocratico; il nuovo criterio di allocazione delle risorse determinò un indebolimento dell’autorità dei funzionari che lamentarono nelle interviste raccolte da Gupta una perdita di potere di contrattazione nelle diverse fasi operative del progetto.
Oltre a rendere conto delle modalità in cui l’idea di stato si costruisce nel contesto di un progetto di sviluppo, l’enfasi che il saggio di Gupta riserva alla corruzione pervasiva nelle fila dell’apparato burocratico statale è utile a decostruire il pregiudizio che spesso attribuisce il comportamento corrotto esclusivamente alla popolazione civile2. Se l’obiettivo è comprendere in che modo la corruzione funzioni è necessario guardare a come il fenomeno sia radicato nella società. Tali considerazioni raffigurano la corruzione nei termini di un linguaggio condiviso ed appropriato dai diversi attori coinvolti nel processo di distribuzione delle risorse. Come si cercherà di illustrare nell’ultima parte di questo lavoro, si tratta di un contributo significativo capace di integrare e rendere più efficiente lo sforzo che le società contemporanee compiono per combattere il fenomeno della corruzione.

Come si è cercato di argomentare, il lavoro etnografico di Gupta affronta il tema della corruzione concentrandosi prevalentemente sulla dimensione discorsiva. Il modo in cui la popolazione rurale indiana vive la corruzione nelle interazioni quotidiane, le rappresentazioni popolari che raccontano il fenomeno della corruzione3 costituiscono il materiale etnografico a cui l’autore fa riferimento. Si tratta di una scelta metodologica determinata anche dal fatto che la corruzione è un fenomeno sociale difficilmente quantificabile e, in un certo senso, “invisibile”: i fatti sono nascosti agli occhi dell’osservatore; come lo stesso Bailey racconta, la corruzione prende forma nello stato di abbandono di un cantiere o nella reticenza dei funzionari nel rendere conto del modo in cui i fondi governativi erano stati investiti.
E’ possibile raccogliere qualche ulteriore dettaglio riguardo alle modalità in cui la corruzione ha luogo nelle interazioni quotidiane considerando un altro saggio di Gupta (1995), in cui l’autore riporta alcune esperienze di osservazione partecipante svolta a fianco di un funzionario responsabile del registro delle terre coltivabili, della loro assegnazione e misurazione nel contesto di un progetto di sviluppo rurale nell’India settentrionale.
Il testo riporta un particolare episodio accaduto nell”ufficio del funzionario. Protagonisti due giovani contadini, recatisi presso l’ufficio per richiedere di modificare il documento relativo al loro terreno. Il resoconto della contrattazione che da l’autore rende subito chiaro come la relazione tra il funzionario e i contadini non faccia riferimento ad alcuna procedura burocratica standardizzata, ma sia in realtà determinata dal grado di padronanza del linguaggio della corruzione da parte degli attori coinvolti. L’incontro trascritto da Gupta è composto prevalentemente da silenzi, gestualità e spostamenti sulla scena in cui ha luogo l’azione; un elemento fondamentale consiste nel considerare che il silenzio ricopre perfino la somma pagata dai contadini al funzionario per ottenere il servizio richiesto, che in pratica non viene nominata durante tutto l’incontro.
Il riferimento teorico a cui l’autore ricorre per descrivere questo episodio è quello del capitale culturale e del “sapere pratico” necessario per gestire e padroneggiare questo tipo di contrattazioni informali.

The “practice” of bribe giving was not, as the young men learned, simply an economic transaction but a cultural practice that required a great degree of performative competence (Gupta 1995, p.
217).

E’ interessante notare come le disparità nella distribuzione di questo particolare linguaggio della corruzione incidano in maniera significativa nella riproduzione delle disuguaglianze sociali; a tal proposito, Gupta riferisce di come a seguito dell’incontro descritto il funzionario abbia guadagnato un status di “benefattore” nei confronti dei contadini. Attraverso tale etnografia è possibile comprendere quanto il terreno comune della corruzione possa rappresentare una pericolosa deriva per gli obiettivi di un progetto di sviluppo governativo, e quanto un processo di mutamento guidato dall’autorità centrale possa essere sottoposto a pratiche di appropriazione e ridefinizione da parte degli individui coinvolti. Un ulteriore elemento capace di irrobustire la comprensione del fenomeno della corruzione letto da un punto di vista antropologico consiste nel considerare come il processo di appropriazione e manipolazione ora introdotto non sia vincolato alle sole risorse materiali. L’utilizzo strumentale di risorse simboliche – come può essere ad esempio la promozione della retorica nazionalista, dei valori ghandiani, della logica dello sviluppo – rappresenta una modalità attraverso cui i singoli attori sociali, in un regime di reciproca omertà, competono per l’accesso alle risorse economiche.

State planners, high-ranking officials, politicians, village leaders, judges and lawyers, schoolteachers and principals, policeman and criminal, all profess to be committed to national development while pursuing their own enrichment (Gupta 2005, p. 27).

Attraverso questi riferimenti si può immaginare una concezione “allargata” della corruzione capace di includere diverse forme di “appropriazione indebita” – operate dalla totalità degli attori coinvolti nella competizione per l’accesso alle risorse economiche – a cui spesso si contrappone, come si cercherà di illustrare nella parte conclusiva di questo lavoro, una visione riduttiva ed incompleta del fenomeno, considerato – e combattuto – nei termini di un comportamento deviante, illecito, incompatibile con il processo di modernizzazione e sviluppo.

4. Conclusioni: combattere la corruzione?

Numerose istituzioni internazionali fra cui la Banca Mondiale hanno promosso negli ultimi anni vere “crociate” contro la corruzione, mettendo in campo esperti, riceratori e commissioni di indagine. La corruzione è infatti percepita come uno dei maggiori ostacoli per la crescita omogenea e ugualitaria delle economie in via di sviluppo. Come scrive Gupta,

Definitional issues are often tied to an understanding of the causes and the consequences of corruption in wasting revenues and resources, holding back economic development, eroding trust in the political system (…) (Gupta 2005, p. 7)

Perchè queste iniziative siano efficienti, è necessario dare spazio a quegli strumenti capaci di rendere conto della complessità del fenomeno in questione, così come si è cercato di illustrare nelle pagine precedenti. In questi termini, confrontarsi con la corruzione esclusivamente nei termini di un crimine da combattere può essere un’operazione non funzionale allo scopo.
Uno delle prime questioni a cui prestare attenzione consiste nel considerare le interconnessioni che caratterizzano il funzionamento dell’economia informale della corruzione. Un punto di osservazione privilegiato a tal riguardo è quello della cooperazione allo sviluppo. Dalla scrittura alla messa in pratica di un intervento, diversi sono gli attori coinvolti a livello della comunità locale e dello stato, ma anche a livello internazionale: sempre più spesso i finanziamenti provengono proprio da quelle istituzioni internazionali che si propongono di sostenere lo sviluppo economico di un paese, senza però esercitare un adeguato controllo sulle modalità in cui i fondi si inseriscono nei circuiti economici locali. E’ in questa luce che appare molto più coerente valutare la corruzione non come un “ostacolo” o “causa principale” del fallimento dei progetti di sviluppo, ma, al contrario, nei termini di un ingranaggio costitutivo del processo di contrattazione politica per l’accesso alle risorse (ODI, 2006). Ancora una volta il passaggio tra due o più arene politiche distanti (ad esempio, quella dei donors internazionali da un lato e quella della comunità locale “beneficiaria” dall’altro) richiede una attività di mediazione tra priorità, interessi e poteri spesso incompatibili.
Nel dibattito contemporaneo è recentemente comparsa una tesi diametralmente opposta a quella ora introdotta: una corrente “revisionista” sostiene infatti che la corruzione possa favorire la crescita economica, permettendo di aggirare l’inefficienza dei meccanismi burocratici statali ed irrobustire il mercato. Questa ipotesi è stata passata al vaglio da Jakob Svensson (2005), docente di economia presso l’università di Stoccolma, il quale ha messo in luce come sia possibile smentire la validità di questa equazione soltanto a livello microeconomico. Il principale errore, scrive l’autore, consiste nel considerare la corruzione “data per scontata”; ciò determina l’innesco di un circolo vizioso che, in maniera significativa, determina l’affermazione di un comportamento economico di “specializzazione” nell’ottenimento di servizi attraverso i canali informali della corruzione.

When corruption is widespread and institutionalized, some firms may devote resources to obtaining valuable licenses and preferential market access, while others focus on improving productivity (…). In the extreme, it may be financially more rewarding for an entrepreneur to leave the private sector altogether and instead become a corrupt public official (Svensson 2005, p. 37).

Dopo aver riconosciuto l’effetto negativo che l’economia informale esercita su un singolo settore produttivo, i dati di matrice economica a disposizione dell’autore risultano insufficienti se applicati ad una analisi di tipo aggregato e di lungo periodo, dove viene smentita la correlazione negativa tra corruzione e crescita economica. L’inafferrabilità del fenomeno della corruzione attraverso strumenti quantitativi costituisce un ulteriore elemento per promuovere un approccio di matrice culturale alla comprensione del fenomeno.

Ripercorrendo a nascita e l’evoluzione delle forme di statualità occidentali, Michel Foucault nel suo saggio sulla “governmentalità” (ed. 1991) identifica gli apparati e i saperi attraverso i quali l’arte di governo è riuscita a imporre il proprio controllo sui diversi ambiti di azione delle società moderne: sistema di polizia, sistema educativo e scienze statistiche.

Governmentality is the direction towards specific ends of conduct which has as its objects both individuals and populations and which combines techniques of domination and discipline with technologies of self-government (Gupta 2006, p. 277)

Il “sapere” delle scienze statistiche e l’apparato di controllo del sistema educativo risultano inefficaci di fronte alla pratica della corruzione. Questa, come si è cercato di argomentare, si muovono attraverso diverse arene politiche, seguono canali di attribuzione di significato non necessariamente sovrapposti a quelli dell’autorità centrale, prevedono la condivisione di un particolare codice morale esclusivo, e quindi indecifrabile dall’esterno. In questi termini, la corruzione segna un limite strutturale per l’efficienza degli strumenti operativi di cui le forme di governo e gli enti promotori del mutamento sociale pianificato sono ad oggi forniti.

BIBLIOGRAFIA

Bailey F. G., Per forza o per frode: l’antropologia sociale e le regole della competizione politica, Roma, Officina, 1975;
Cohen A., The politics of ritual secrecy, in Man (vol. 6, n. 3), London, Royal Anthropological Insitute of Great Britain and Ireland, 1971;
Foucault M., Governmentality, in Burchell G., Gordon C., Miller P. (a cura di), The Foucault Effect: studies in Governmentality,Chicago, University of Chicago Press, 1991;
Gupta A, Blurred Boundaries: The discourse of Corruption, the Culture of Politics, and the Imagined State, in American Ethnologist (n. 22/2), American Anthropological Association, 1995;
Gupta A., Narratives of corruption, pubblicato in Ethnography (vol. 5), London, Sage, 2005;
Gupta A., Sharma A., Globalization and postcolonial states, pubblicato in Current Anthropology (vol. 47 n. 2), 2006;
Overseas Development Institute, How to move forward on governance and corruption, “opinion paper”, 2006;
Svensson J., Eight Questions about Corruption, in Journal of Economic Perspective (vol. 19 n. 3), 2005.

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