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(DIS)ORDINE GLOBALE 20 marzo 2007

Posted by francescostaro in DIRITTI E SOCIETA' CIVILE, STRUMENTI.
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“Se la tua abitazione è attualmente occupata, è possibile reclamarne la proprietà. Non ci sono scadenze per questo tipo di richieste”. “Se la tua abitazione è stata distrutta o danneggiata durante la guerra, puoi richiedere assistenza presso gli uffici ministeriali o presso le Ong coinvolte nei progetti d ricostruzione”. “Se hai il sospetto che siano presenti delle mine nella tua proprietà, contatta l’ufficio del Ministero della Difesa più vicino per richiedere una bonifica del terreno”.
L’assurdità delle guerre del ventunesimo secolo si può leggere a chiare lettere nei numerosi documenti prodotti dalle organizzazioni internazionali coinvolte nei conflitti. Le frasi sopra citate sono tratte dal Manuale per i rifugiati di ritorno in Bosnia ed Erzegovina distibuito alla popolazione bosniaca nei 2001 da un commissariato ONU. Il linguaggio burocratico utilizzato nel manuale stride con le sofferenze a cui si cerca di fornire un sostegno. Questi documenti danno un’idea della contraddittorietà in cui ci si imbatte nell’avvicinarsi al complesso tema delle guerre globali.

In un volume recentemente pubblicato da Utet curato da Marina Calloni, Violenza senza legge, sono offerti alcuni strumenti per provare a capire – e per insegnare a spiegare – i conflitti del mondo contemporaneo. Il testo lancia un monito ai lettori: per studiare le guerre ed il tema dei diritti umani un approccio coerente può essere poco produttivo. A tal proposito, raccogliendo contributi di diverso genere e provenienza (incluso un cd-rom con materiale video), viene fornita una mappa per guardare ai confini delle guerre contemporanee, spesso sfuocati ed in movimento: è infatti difficile determinare da chi siano combattute – gli attori principali dei conflitti non sono più gli stati e i loro eserciti ma la popolazione civile, spesso coinvolta attraverso un uso spregiudicato dei mezzi di informazione. Ancora, non esiste un “inizio” ed una “fine” delle ostilità: spesso la violenza si ripropone in maniera quotidiana e capillare all’interno della società, lontano dai tavoli delle trattative istituzionali e senza alcuna possibilità di testimonianza o denuncia.

Privata gli strumenti adeguati, la comunità internazionale non può fare altro che “inseguire” i conflitti. Nonostante i significativi progressi compiuti per quanto riguarda l’evoluzione dei diritti umanitari a partire dagli anni ’70, rimane ancora da colmare il pericoloso vuoto legislativo che gravita sulla regolamentazione dell’intervento umanitario. Se, come scrive Anthony Dworkin, direttore di crimesofwar.org, sul versante penale i tribunali internazionali per i crimini di guerra «vengono a rappresentare l’interesse della comunità internazionale nell’ambito della giustizia, in un contesto di declino della centralità dello Stato-nazione», per quanto riguarda la prevenzione delle guerre «il diritto relativo all’uso della forza resta sostanzialmente centrato sullo Stato» e spesso svincolato dall’approvazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

In realtà le notizie che giungono dal tribunale per i crimini commessi nella ex-Jugoslavia gettano un’ombra di ambiguità anche sull’operato del sistema giuridico internazionale. Una recente sentenza ha riconosciuto il massacro di Srebrenica nel 1995, in cui persero la vita circa 8000 bosniaci musulmani, nei termini di un atto di genocidio negando però qualsiasi forma di coinvolgimento attivo da parte dell’autorità serba, allora guidata da Milosevic. Questa decisione, evidentemente rivolta al processo di intergrazione della Serbia in Europa piuttosto che alla riconciliazione tra i diversi gruppi etnici della Bosnia, ottiene l’effetto di confondere la comprensione di quali siano le “stanze” in cui vengono gestiti i rapporti tra i diversi paesi europei, oltre ad offuscare la potenzialità di pacificazione delle organizzazioni internazionali nei contesti post-bellici.

C’è una sola strada perchè la comunità internazionale riesca a padroneggiare la complessità dei conflitti globali: alimentare la cultura dei diritti umani, fare il modo che le popolazioni che hanno vissuto i conflitti armati siano attivamente coinvolte nnello smantellamento della logica della guerra. Seguendo Marcello Flores, professore di storia contemporanea e comparata all’Università di Siena, «bisogna far entrare la verità storica e la sua consapevolezza in una popolazione», per superare la sindrome che spesso porta ad identificare un “popolo vittima” ed un “popolo boia”, censurando ogni possibilità di dialogo. Scrive ancora Flores: «Il desiderio di coerenza è, spesso, l’attuale surrogato per la fine di forti ideologie universalistiche e normative. E si fonda sulla coerenza che noi attribuiamo al presunto schieramento avversario, anche se spesso non è così».

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