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IL PATTO DI LEGALITA’ E SOCIALITA’ 7 marzo 2007

Posted by tom in DIRITTI E SOCIETA' CIVILE, MILANO, EUROPA.
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Presentato dal sindaco Moratti come lo strumento che farà scomparire la criminalità rom, il patto di socialità e legalità firmato dagli abitanti dei campi nomadi è invece un istituto dallo scarso valore giuridico e dalla preoccupante valenza politica e sociale.

Si tratta di un impegno sottoscritto dai capofamiglia nel quale si stabilisce l’obbligo di inviare i figli minori a scuola e di non costringerli ad elemosinare, l’obbligo di tener pulito il campo, l’obbligo di non ospitare nessun parente o conoscente, l’obbligo di non costruire nuove baracche, facendo corrispondere all’eventuale violazione di una di queste regole l’abbandono del campo di tutta la famiglia.

Frutto di una iniziativa di Don Colmegna, caldeggiata e sostenuta dalle istituzioni, l’accordo non discende dall’applicazione di una legge dello Stato, o di una legge regionale, o di un regolamento, ed è quindi privo di una fonte giuridica che lo legittimi.

È piuttosto un contratto, che per la legge italiana impegna solamente le persone fisiche che l’hanno firmato e non tutto il nucleo parentale. E in quanto contratto non può essere la base giuridica su cui sostenere l’incriminazione di un soggetto: non istituisce, né potrebbe, nuovi reati, né fornisce a polizia e magistratura ulteriori strumenti per combattere la criminalità, in questo caso quella “particolare” dei rom.

Addentrandosi nel merito è invece un impegno, una serie di regole che dovrebbero responsabilizzare tutti gli appartenenti al campo nomadi. La responsabilizzazione di una persona ha però come requisito necessario e vincolante la sua chiara ed univoca volontà di rispettare l’accordo sottoscritto. Questa volontà non deve presentare vizi, pena la nullità del contratto e la sua non evidente efficacia. Purtroppo però in questi casi non è difficile riscontrare un condizionamento dei capofamiglia rom, ai quali il patto è stato dettato come condizione per una tenda calda, luce elettrica ed acqua corrente.
Ancora, tale modello di integrazione non è stato proposto per nessun’altra comunità e non tiene conto dell’ordinamento penale italiano che, per alcune delle fattispecie presenti, come ad esempio “non sfruttare i bambini”, prevede già l’incriminazione del soggetto; né dei principi costituzionali, in particolare quello di uguaglianza di fronte alla legge stabilito dall’art. 3. Sancisce invece, politicamente e socialmente, la diversità dei rom rispetto a tutte le altre persone presenti sul territorio italiano imponendo loro regole speciali, quasi riconoscendogli uno status giuridico particolare, di persona di serie B, che non ha solo la legge italiana da rispettare ma anche ulteriori doveri sociali.

Secondo le istituzioni il patto, che verrà replicato in tutti i campi rom presenti nell’area metropolitana, ha la funzione fondamentale di ridurre la criminalità ed in questo modo migliorare l’integrazione. I nostri governanti paiono dimentichi però del fatto che la criminalità si previene usando la politica sociale, favorendo l’inserimento al lavoro e migliorando l’integrazione tra le varie popolazioni. Integrazione che è un movimento lento e soprattutto condiviso, che non si può ipotizzare di ottenere solamente tramite l’imposizione di regole, anche se a contenuto sociale.
Il patto sembra dunque, e duole molto, la solita occasione di pubblicità per le istituzioni, che da una parte tranquillizzano i cittadini sulla la scomparsa della criminalità senza però prendere decisioni realmente efficaci, dall’altra fanno passare una differenziazione etnica come atto d’integrazione.

 – Andrea Cerami –

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