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BOSNIA: ORA TOCCA ALL’EUROPA 21 febbraio 2007

Posted by francescostaro in POLITICA E COOPERAZIONE.
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A giudicare dall’attuale situazione della Bosnia Erzegovina, interessata da oltre un decennio di aiuti umanitari missioni di pacificazione dopo la guerra dei primi anni ‘90, le capacità di risoluzione dei conflitti della comunità internazionale lasciano alquanto perplessi.

Il 23 gennaio scorso Christian Schwarz-Schilling, a capo dell’istituzione internazionale responsabile per la messa in opera degli accordi di pace firmati a Dayton nel 1995 (OHR, Office of the High Representative), ha annunciato l’intenzione di porre fine al suo mandato entro e non oltre il 30 giugno 2007. A tale decisione fa da sfondo un coro di proteste contro la gestione dei fondi e l’utilizzo dei poteri speciali di cui l’OHR è fornito, come ad esempio l’autorità di sollevare dall’incarico le figure politiche locali. Il momento scelto per riconfigurare la presenza internazionale in Bosnia fa pensare più ad uno scaricabarile che ad un passaggio di consegne coordinato e orientato verso un effettivo sviluppo dell’area. Secondo quanto affermato da un recente rapporto dell’International Crisis Group, l’attenzione è ora puntata all’impegno dell’Europa, da cui dipende un concreto irrobustimento della società bosniaca.

Ad oggi la situazione in Bosnia è infatti la seguente: il paese è composto da due entità politiche, nate a seguito della firma degli accordi di pace, la Repubblica Serba (RS) e la Federazione Bosniaco-Croata; all’interno di quest’ultima la comunità croata fa riferimento a strutture parallele che spesso ostacolano l’unitarietà delle iniziative della Federazione dando luogo, di fatto, ad una società suddivisa in tre gruppi etnici distinti. L’autorità del governo centrale è subordinata a questa frammentazione politica.

La comunità internazionale, di fronte all’inadempienza dei tre gruppi etnici nel favorire il processo di integrazione, non ha ancora trovato gli strumenti adeguati per portare a termine le riforme avviate negli ultimi anni. Prima di lasciare il futuro del paese nelle mani del governo locale è necessario completare la ristrutturazione del sistema politico: le tre entità devono essere in grado di parlare con un’unica voce nei negoziati internazionali. Inoltre la regolamentazione del diritto di voto, oggi riconosciuto ai tre gruppi etnici (escludendo in tal modo le minoranze presenti sul territorio), è in netto contrasto con la Convenzione per i Diritti Umani in vigore in Europa. Il corpus di riforme potrebbe concretizzarsi in nuova costituzione ma, nonostante nel 2006 il 53,6% della popolazione si sia espressa a favore a tal proposito, il processo è ostacolato dall’assenza di una maggioranza politica favorevole, e le autorità internazionali si ritrovano con le mani legate.

Altra questione è la riforma del sistema scolastico. Oggi in Bosnia ci sono ancora più di 54 scuole in cui i bambini serbi, bosniaci e croati studiano su libri di testo diversi, con programmi che riflettono gli orientamenti politici della comunità di appartenenza.

La diffusione della retorica nazionalista rimane l’ostacolo più difficile per la comunità internzionale impegnata nei balcani. Come previsto da diversi osservatori, il processo di definizione dello status del Kosovo verso una “indipendenza condizionata” dall’autorità di Belgrado rischia di esercitare un’influenza negativa sulla stabilità dell’area. In particolare, il caso kosovaro può rappresentare agli occhi delle elite politiche bosniache un valido precedente per rivendicare maggiore autonomia dalle istituzioni centrali. Così, in occasione delle elezioni nel settembre 2006, Milorak Dodik, primo ministro della Repubblica Serbia in Bosnia, ha minacciato di indire un referendum per l’indipendenza della comunità serba: un’ipotesi inverosimile ma comunque capace di indebolire ancor più l’autorità della presenza internazionale sul territorio bosniaco.

L’incarico UE in Bosnia prenderà il via una volta che il consiglio di Sicurezza Onu avrà approvato in via definitiva il nuovo status della regione kosovara. Anche per arginare il ricorso alla retorica etno-nazionalista, si dovrà prima di tutto favorire l’interiorizzazione del progetto europeo da parte della popolazione bosniaca. L’esperienza balcanica degli ultimi anni dimostra infatti che l’imposizione di una autorità giuridica dall’esterno, la cui efficacia dipende dalla subordinazione dei processi politici locali, non è una operazione funzionale allo scopo. Meglio concentrarsi nella ricerca di strumenti più adeguati, capaci di favorire l’integrazione tra i gruppi etnici e – com’è il caso degli aiuti bilaterali allo sviluppo economico – di far toccare con mano e nell’ambito del quotidiano i benefici di una politica orientata al futuro.

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Il report dell’International Crisis Group “Ensuring Bosnia’s Future: A New International Engagement Strategy”

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