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OPERA: UN POMERIGGIO COME TANTI 20 febbraio 2007

Posted by ilduca00 in DIRITTI E SOCIETA' CIVILE, MILANO, EUROPA.
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Il cartello col nome sbarrato appare tra la fabbrica di laterizi e il campo incolto; i cavalcavia si attorcigliano su se stessi e quando scendono dal declivio si buttano in una strana rotonda. Sulla sinistra 12 tende blu appaiono, ben curate, in mezzo ad un prato verde: un pallone rotola calciato da scarpe sporche, nel mentre che una anziana signora ripulisce l’aia da escrementi uccelli e da cartacce. Sembrano scout in gita accovacciati nelle loro tende nel momento del riposo che precede il meritato pasto. L’auto si adagia a fianco di mercedes rigate e spruzzate di marrone sostanza. C’è un aria strana, sospesa, densa. Ci avviciniamo al nugolo di persone intorno alla baracca fatiscente che accoglie una simpatica vecchietta alle prese con una bottiglia che non si vuole stappare: il bidone di latta bucato brucia ripieno di legna da ardere mentre il cane sovversivo alza la gamba destra per innaffiare la terra. Il calore scalda e ritempra le membra spossate da giorni al freddo, i visi segnati dall’età si accendono solo alla presenza dell’incauto nemico, le mani rosse hanno perso ogni sensibilità tagliando pelli e legna, le lattine vuote si rincorrono sulla ghiaia superando bicchieri abbandonati e cartacce unte. Cosa stanno facendo queste persone? Presidiano. Controllano chi passa, chi arriva, chi se ne va. evita con sapiente retorica ogni risposta compromettente. Si percepisce velatamente (“Questi del presidio non hanno tutti i torti”) una simpatia per il presidio, simpatia personale non confusa però con i suoi doveri istituzionali. Le auto blu campeggiano sulla strada di accesso alle tende contorniate da reti metalliche; le sigarette all’interno si accendono e si spengono velocemente, le 4 uniformi esaminano ogni persona si avvicini con domande lecite e fastidiose, quasi non si potesse rientrare in casa propria se non dopo aver subito un interrogatorio. Solo i corridori hanno il permesso di accedere alla via senza dover subire l’ennesimo controllo. Gli abitanti delle tende supererebbero(in un intera giornata ne abbiamo visti solo due su 73 abitanti del campo)il posto di blocco solo se il loro nome corrisponde alla lista che hanno gli uomini armati; devono rispondere all’appello, come i bambini in classe, come gli adulti in un campo di rifugiati, come i delinquenti in un carcere. A noi, semplici cittadini, è vietato invece di passare in quella strada. “Andate dal prefetto ad avvisare della vostra visita”. Quasi dovessimo essere ricevuti o entrassimo in un sito nucleare coperto da segreto di stato. La situazione è tesa: i poliziotti non possono permettersi accada nuovamente qualcosa e il presidio è lì a due metri dalla strada tra i campi. Gli anziani tengono la posizione durante il giorno aspettando i rinforzi per la notte: sorseggiando un caldo caffè, parlottano degli ospiti del campo. Non li vogliono, non li vogliono qua, portano delinquenza ed accattoni, non hanno niente contro di loro, sono “poveri e indifesi”, “molti bambini”, ma “rubano e chiedono l’elemosina”, “se ne vadano da un altra parte”, le case si deprezzano e costringono la polizia a presidiare. Non ne conoscono usi, tradizioni o costumi. Sanno quello che la televisione racconta su di loro amplificato da voci, sussurri e giochi. Il rappresentante politico, in cerca di pubblicità, cavalca le supposizioni e non gli interessa far sapere che la realtà è diversa. Sa che i presidianti hanno il cervello orientato ad un unica testarda considerazione “Andatevene”, come un computer che non ha più sistema operativo ma un solo input. Beep. Beep. Sono calmi e convinti della loro battaglia, paiono un circolo Arci in gita alla baita, gli uomini con grappino e assi di legno da montare mentre le donne spettegolano volteggiando la loro pelliccia a macchie. Quasi bucolici, sicuramente teneri.

In città la pensano diversamente. I carabinieri ci scortano: noi siamo quelli da controllare. Nella piazza della chiesa incontriamo i bambini che saltano e corrono intorno ad una palla, ignari di quanto accade intorno a loro: non si accorgono che i loro coetanei italiani sono tornati a casa schifati dalla possibilità di giocare con loro. Bambini indottrinati schifosamente. I volontari ci raggiungono ansiosi di raccontare dove vivono: “Noi ci battiamo per loro: organizziamo incontri, cene, doposcuola, concerti per promuovere l’integrazione.” Sono pochi e stanchi: qualche sorella e qualche anziano vestito in nero li supporta ma la cittadinanza non li approva, anzi li copre di insulti quando si avvicinano al prato curato. Qualche settimana prima, in una fredda serata, hanno dovuto aspettare ore all’interno del campo prima di poter uscire sani e salvi: centinaia di persone erano tutte intorno alla rete metallica con la bocca piena di male parole da gridare in faccia ai volontari. La maggior parte di esse stazionavano vicino alla porta traforata come un fiume in piena pronto a riversarsi sui malcapitati; insulti offese spintoni schiaffi al passaggio dei volontari nel mentre che gli uomini in uniforme sostavano inermi sulla porta poiché loro sono preposti solo alla salvaguardia del campo. Il racconto continua con l’atteggiamento del comune che, dopo una prima presa di posizione che ha fatto infuriare la cittadinanza, ha deciso di tenere sotto silenzio qualunque novità o attività per cercare di non inimicarsi maggiormente i suoi elettori: l’autobus per riaccompagnare i bambini alle tende non attraversa il presidio ma aggira l’ostacolo per non far percepire che si stanno mettendo a disposizione servizi per “quelli lì”. La situazione è preoccupante. Le braccia tese ed alzate stanno facendo capolino in città, in particolare durante le sedute del consiglio comunale. Gli striscioni razzisti sostituiscono quelli che promuovono l’accoglienza nel mentre che la polizia interroga i volontari che hanno apposto quelli di matrice cattocomunista.

Forse non erano solo allegri vecchietti in gita con la baggina. Torniamo al prato curato. I carabinieri se ne sono andati, forse hanno deciso che eravamo innocui, più probabilmente avevano finito il loro turno quotidiano. L’obiettivo della macchina fotografica continua ad intimorire le uniformi. “Chi siete? Cosa volete? Documenti, prego.” Ricominciamo dalle domande che non avevano avuto una risposta nell’incontro precedente; i corpi sono diversi ma non meno evasivi e con una simpatia meno velata. Dopo aver ricevuto la solite vuote parole, insoddisfatti attendiamo i nostri compagni appropinquandoci al bidone infuocato per ricevere calore. “Sembra di essere in Nigeria” ci grida un poliziotto, riferendosi al bidone. Ci sarebbero 30 gradi, cretino! I pensieri vengono interrotti da una ferale voce “Cosa state scrivendo? Cosa state fotografando? Qua decido io chi scrive e chi fotografa!” Con simpatica gentilezza proviamo ad affermare il nostro diritto a camminare per una strada pubblica ma la testa rasata non vuole sentirne. “Non provocarmi. Ti ho detto che qua decido io se puoi scrivere. Ti spacco la faccia se scrivi ancora.” La “celere” poliziotta si avvicina per sedare gli animi mentre i compresidianti bloccano l’esagitato trattenendolo con la forza. “Andatevene è meglio” ci dice un altro esaltato sedato dalla non più tenera età. “Non vede che lei sta turbando l’ordine pubblico?” La testa si gira sconvolta dall’accusa. Io turbo l’ordine pubblico? “E facendo che cosa di preciso?” mi permetto di chiedere al poliziotto loquace. “Non vede che sta provocando?” Allibiti proviamo a spiegare che non solo siamo stati minacciati ma noi gentilmente abbiamo accolto le richieste degli esagitati, nonostante non dovessimo, per cortesia ed educazione, mentre loro esternano frasi violente ed atteggiamenti da spaccone, la prima testa rasata continua a cercare di venire verso di noi per alzare le mani. La polizia con ostilità cerca di farci capire che non è il posto adatto per gente come noi, è meglio se ce ne andiamo. Nel frattempo i nostri compagni arrivano notando il capannello di persone attorno a noi ma, con la saggezza di chi vive in queste circostanze giornalmente, ci prendono sotto braccio e ci scostano dal gruppetto di facinorosi neri e blu. Abbandoniamo sconvolti il lager. Loro, i rom, l’oggetto del contendere, di questa critica situazione non sono nemmeno apparsi, muti nelle loro tende in attesa che la bufera passi, per ora salvi, nell’oblio.

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Commenti»

1. ettore fusco - 3 aprile 2007

L’autore del brano ha esagerato nel voler dipingere a tinte fosche Opera, il Presidio e gli operesi. Il risultato mi sembra frutto di mera fantasia giornalistica schierata politicamente.
Invito gli eventuali lettori a visitare Opera, magari in una sera di Consiglio Comunale, ed appurare la bontà e la pazienza degli abitanti di questo paese.
Cordiali saluti.

2. ilduca00 - 3 aprile 2007

La ringrazio per l’attenzione dedicata al mio scritto. L’articolo è però il resoconto di una giornata trascorsa a fianco dell’ormai ex campo nomadi di Opera. Rinnovando l’invito agli eventuali lettori (speriamo almeno 25) a visitare la ridente cittadina ai confini di Milano, ribadisco, come credo si evinca dal testo, che nessuno voleva mettere in dubbio la bontà e la pazienza dei cittadini di Opera, sicuramente imprenscindibile, ma solo raccontare cosa ci è capitato di fronte al presidio. La nostra esperienza non è sfortunatamente isolata. All’indirizzo http://mediacenter.corriere.it/MediaCenter/action/player?idCanale=Italia&filtro=Tutti&pagina=1&passo=5&uuid=8ef0175a-974f-11db-aead-0003ba99c53b&navName=1 si può notare come altri giornalisti più titolati di noi abbiano ricevuto minacce simili a quelle raccontate.

3. leo - 20 giugno 2007

ettore fusco è il fascista che organizza i presidi….per fare campagna elettorale

4. Ettore Fusco - 3 luglio 2007

devo prenderla come un complimento oppure un offesa? se organizzassi presidi, caro Leo, lo farei per il bene della gente e la campagna elettorale è comunque ancora lontana da venire in quel di Opera. Oltretutto mi sono dato da fare dove non mi conoscono, accanto agli amici di Chiaravalle e Poasco che, prima di Penati e tutti gli altri, si sono stufati di rom abusivi e campi nomadi. Peccato che non si è votato ad Opera quest’anno, altrimenti avremmo certamente avuto un plebiscito. Ma quando voteremo, caro Leo, finalmente la gente rimanderà i comunisti a fare i partigiani NASCOSTI, IMBOSCATI e lei, visto che parla di fascismo, certamente sa quanto siano stati leali e corretti verso il paese i partigiani. Certamente saprà pure quanti di quei partigiani erano fascisti il giorno prima di diventare anti tutto. Per non sbagliare, ovviamente, siete diventati antipreti, antifascisti, antirazzisti, antileghisti, antiberlusconi, antitutto in pratica. Per dirla in una parola QUALUNQUISTI. Per questo vi infastidisce se qualcuno può passare per antiqualcosa; ed è proprio qui che sbagliate, noi non siamo antirom, come qualcuno infelicemente ci ha definiti, ma bensì A FAVORE DELLA LEGALITA’. Capisco che per lei non c’è differenza ma per noi gente che non vive di odi e rancori politici esiste anche la propositività e soprattutto l’amore per la nostra terra ed i nostri simili. Tutti, compresi quelli che vengono dalla Romania o dal Bangladesh, purchè non delinquano. Cordiali saluti a lei, caro Leo, ed a tutti gli altri.
A proposito, Signor Duca, vorrei vedere come reagirebbe lei se qualcuno continuasse a raccontare balle sul suo conto. Io personalmente ad alcuni di quei giornalisti avrei dato delle belle pedate nel sedere mentre, mi creda, nessuno ha mai fatto o detto loro quello che si meritavano. Ripeto, si metta nei panni di chi è vittima di diffamanti infamie continue e poi mi dica come accoglierebbe quelli che vengono a fingere di essere imparziali ma poi scrivono il contrario di quel che vedono e sentono. RAI 3 è stata maestra in questo ma devo riconoscere come tutto il mondo giornalistico abbia dovuto dare un taglio alla notizia OPERA molto politico. Forse se avessero detto la verità si sarebbero verificati molti altri casi, forse molti cittadini tranquilli, come gli operesi, sarebbero insorti ed allora sarebbe stato il caos per chi non era preparato a gestire la situazione. Oggi le cose sono cambiate e l’intervento dei cittadini è quasi richiesto per motivare gli sgomberi e la linea dura che, come hanno dimostrato le ultime elezioni, paga molto di più del buonismo. Cordiali saluti. Ettore Fusco http://www.operasicura.blogspot.com


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