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RIFLESSIONI SULLA SOCIETA’ CIVILE JUGOSLAVA 3 febbraio 2007

Posted by francescostaro in DIRITTI E SOCIETA' CIVILE.
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1. Introduzione

Questo lavoro si propone di fornire una breve analisi di alcune dinamiche che hanno caratterizzato la società civile jugoslava a partire dagli anni ’90.Uno degli interessi che mi hanno motivato ad approfondire tale argomento è la valutazione del potenziale di contenimento della logica della violenza che la società civile porta con sé, qualora sia capace di proteggersi e di non lasciarsi contaminare da questa logica stessa. La pervasività assolutizzante dell’ideologia del nazionalismo su base etnica è l’argomento indicato da più parti come un nodo teorico cruciale per la comprensione dell’esperienza jugoslava. Forme di partecipazione politica contaminate dai paradigmi di interpretazione della storia dominanti possono infatti significare la reiterazione dei pregiudizi e delle ostilità su base etnica che hanno caratterizzato gli scontri armati degli anni ’90.
Probabilmente una considerazione preliminare deve rispondere alla domanda: è mai esistita la società civile jugoslava? Convenzionalmente si ritiene infatti che all’interno della società jugoslava la presenza pervasiva del partito comunista e delle sue ramificazioni non abbia lasciato spazio all’iniziativa individuale, anche se è opportuno ricordare come la stessa organizzazione del partito arrivò a prevedere forme di associazionismo, seppur controllate e regolate1. Inoltre sono diversi i riferimenti a iniziative di opposizione alla violenza e alla logica della esclusione su base etnica che si svilupparono prima e durante i conflitti degli anni ’90. Ciò nonostante l’obiettivo che queste brevi riflessioni perseguono non consiste nel fornire una catalogo delle forme di attivismo e delle manifestazioni serbe e bosniache contro la guerra o nel valutare fino a che punto l’affermazione “la società civile jugoslava non è mai esistita” sia veritiera. Questo lavoro vuole indicare qualche elemento per comprendere in che modo lo spazio della società civile jugoslava sia stato consumato e quale sia la sua configurazione attuale.
Un primo spunto consiste nel valutare quali siano le capacità della società civile di affermare una definizione di sé alternativa a quella proposta dalle élite al potere. Prima di discutere i vincoli “strutturali” che hanno ostacolato le forme di attivismo delle società jugoslave (verranno proposte a riguardo alcune ipotesi interpretative nella parte centrale di questo lavoro) è utile ricostruire brevemente proprio il dibattito in cui si è formata l’interpretazione dominante delle “identità nazionali”: questo passo potrà essere utile per comprendere all’interno di quale ambito discorsivo l’attivismo civile jugoslavo si è articolato e con quali dinamiche si è dovuto confrontare.
Nel suo “Immaginando i Balcani” (2002) Maria Todorova fornisce alcuni elementi utili a questo scopo. Attraverso l’analisi di diverse fonti letterarie – metodologia utilizzata ampiamente nel corso di tutto il suo lavoro – l ’autrice si pone l’obiettivo di dimostrare come le rappresentazioni di sé dei paesi dell’area balcanica si siano costruite attraverso l’interpretazione degli osservatori esterni e le auto-valutazioni degli osservatori interni. Il quadro teorico di riferimento in questo caso è il discorso sull’orientalismo2 ed include la teoria goffmaniana sullo stigma, di cui l’autrice, al fine di esplorare i meccanismi che portarono alla definizione delle auto-percezioni di sé da parte delle élite jugoslave al potere, recupera due elementi in particolare. Il primo consiste nel processo di interiorizzazione dello sguardo esterno da parte degli intellettuali locali; il secondo riguarda il meccanismo psicologico che porta ad utilizzare lo stigma stesso per esteriorizzare e proiettare al di fuori le preoccupazioni represse. Sulla scorta di questi riferimenti l’autrice si propone di dimostrare come il discorso sui balcani non fu semplicemente formulato dagli osservatori occidentali e “subito” dalle élite jugoslave; queste ultime in realtà (con modalità e intensità differenti a seconda del caso) parteciparono ad irrobustire lo stereotipo sull’”identità balcanica” orientando le politiche nazionali in funzione di una presa di distanza da questa auto-definizione. A tale tendenza era complementare la progressiva affermazione dei valori della società borghese dell’Europa centrale3, che la Todorova introduce attraverso l’analisi di un testo della letteratura popolare balcanica capace di raffigurare l’incontro con il nuovo impianto valoriale.
L’autrice recupera dall’esperienza e dalle testimonianze di una scrittrice croata, Dubravka Ugrešić, alcuni spunti per completare il quadro della complessità delle forme di identificazione della Repubblica Federale. Il primo consiste nella particolare posizione “non allineata” ricoperta dalla Jugoslavia titoista all’interno del panorama geopolitico internazionale. Vi è inoltre la cosiddetta identità di mezzo della società jugoslava, un’espressione che indica la componente multiculturale e “incompleta” delle società locali. Si tratta di una condizione storicamente determinata che, facendo ancora riferimento al processo di interiorizzazione dello stigma, è stata anch’essa caratterizzata negativamente nel corso del ‘900. Come afferma la stessa Todorova (p. 103)

Ciò che è sintomatico e, bisogna ammetterlo, inquietante, è la percezione che lo status di transizione, complessità, mescolanza e ambiguità sia una condizione anormale. L’idea dello stare-in-mezzo è respinta non solo dagli osservatori occidentali e scagliata sui balcani come stigma, ma è considerata una status intollerabile dell’esistenza dalla maggioranza degli osservatori (…).

Ai fini della nostra breve riflessione, credo che questo sia una elemento emblematico del clima in cui si trovò a svilupparsi l’attivismo civile jugoslavo e capace di richiamare le dinamiche culturali generali su cui si articolarono le attività della società civile jugoslava a partire dagli anni ’90.
Nella prima parte di queste riflessioni verranno fornite alcune proposte teoriche per inquadrare l’argomento e provare a capire dove nasce, quali ostacoli ha dovuto affrontare e quali strumenti è stata in grado di sviluppare la società civile bosniaca durante gli anni della guerra.
Nella seconda parte si cercherà di “tastare il polso” della società civile kosovara di oggi attraverso la tesimonianza di una operatrice delle organizzazione internazionali. L’interesse a tal riguardo è motivato, tra l’altro, dalla notevole copertura mediatica che ha recentemente interessato il “Movimento per l’autonomia del Kosovo”. Un riferimento privilegiato sarà accordato al ruolo che oggi le Ong internazionali e locali ricoprono nel processo di ricostruzione e di irrobustimento delle comunità kosovare.

2. Ipotesi e riferimenti per capire la società civile jugoslava

La Jugoslavia comunista ha attuato a partire dalgi anni ’50 un esperimento di autogestione che rappresenta un episodio significativo nell’analisi delle forme di associazionismo della Repubblica Federale. Tale progetto prevedeva una “delega” di alcuni aspetti amministrativi e burocratici alla popolazione, ottenendo in questo modo un coinvolgimento diretto e rafforzando l’identificazione nella società di appartenenza. Diverse interpretazioni concordano nel sottolineare il carattere non-democratizzante alla base di questo progetto titoista. Si trattava infatti di forme di associazionismo “indotte” dagli organi del partito e non determinate dalla libera iniziativa della popolazione. Županov (citato in Sekulić, p. 72) parla a tal proposito di un «progetto di autogestione che non è nato dalla prassi sociale e da rapporti sociali reali» e che può essere interpretato come una strategia adottata da Tito per distinguere il socialismo jugoslavo dal modello stalinista attraverso una diversa base di legittimazione. Diversi autori hanno enfatizzato il fallimento del progetto di autogestione jugoslavo per quanto riguarda la promozione dei valori democratici e, ai fini della breve analisi qui proposta, è interessante sottolineare l’impatto negativo del progetto titoista nella sua dimensione pedagogica: l’educazione alla partecipazione e alla responsabilità civile è stata subordinata ad una logica di élite che, concentrata su obiettivi del tutto avulsi dalle priorità della popolazione, «ha prodotto sudditi più che cittadini autonomi, politicamente sicuri» (Sekulić, p. 76).
Il breve riferimento al progetto di autogestione permette di avvicinarsi alla comprensione di quanto sia difficile identificare con precisione i momenti chiave in cui l’attivismo civile jugoslavo si è sviluppato; ciò è dovuto in pratica alle interferenze da parte del regime che ne hanno condizionato la spontaneità. Si tratta quindi di ostacoli strutturali, propri dell’organizzazione interna della società comunista.
Tali argomenti sono affrontati nel saggio di Neven Andjelic The evolution of Civil Society in a Pre-War Bosnia-Herzegovina. L’autore concentra la propria analisi a partire dal 1987. In un periodo di profonda crisi economica – il regime federale aveva accumulato un debito estero sufficiente a destabilizzare l’intero sistema economico – centinaia di studenti manifestarono per le strade di Sarajevo. Andjelic argomenta che queste dimostrazioni non possono essere indicate come espressione dell’attivismo civile jugoslavo poiché le rivendicazioni degli studenti non proponevano un modello politico alternativo effettivamente capace di compromettere la stabilità dell’élite al potere. Ciò nonostante queste iniziative erano l’espressione della crescente disilussione nei confronti degli ideali comunisti che si andava accomulando nelle università. Le manifestazioni studentesche determinarono quindi degli effetti politici concreti e fondamentali per la storia dell’attivismo civile jugoslavo. Contribuirono infatti a creare uno spazio del dissenso e della protesta e suscitarono una reazione da parte della classe dirigente che subito avvertì la necessità di intensificare il controllo su una situazione già compromessa da un sistema economico in crisi. In questi termini, come afferma Andjelic, queste manifestazioni

(…) initiated the setting up of a students’ organization because the ruling élite hoped it would have more control over disillutioned students if they were officially organized. The rulers had resisted any such suggestion for almost two decades (…). When the regime saw the inevitability of granting some freedoms, it chose the Youth Organizations (p. 297).

Come già affermato, le attività di questo movimento riuscirono a ritagliare uno spazio di azione nonostante l’”ombrello” del regime vincolasse notevolmente le loro libertà. Questo è vero soprattutto considerando l’attività dei piccoli media indipendenti che, dapprima in Slovenia e poi in Bosnia, riuscirono a veicolare idee incompatibili con l’ideologia dominante grazie allo status legale di cui godevano le testate giornalistiche. Spesso, come lo stesso Andjelic riporta, le forze di polizia non avevano l’autorità per impedire che nuove idee e stimoli culturali fossero trasmessi tramite i quotidiani. Il linguaggio della satira fu il primo strumento di cui la società civile jugoslava potè avvalersi per criticare la politica del regime.
Altro punto di interesse messo in luce dall’autore è la reticenza che gli organi di stato dimostrarono nel riconoscere il valore politico di queste iniziative. Come accenneremo in seguito, questo episodio mette in evidenza quella particolare dinamica che, in uno scenario conflittuale tra stato centrale e attori della società civile, lega la valenza politica di un attore al riconoscimento in termini politici da parte del proprio “avversario”.
L’analisi proposta da Andjelic e fin qui seguita non è però capace di fornire elementi stimolanti per capire cosa non ha funzionato nell’affermazione di un attivismo civile capace di contenere la logica della violenza nazionalista. Infatti, dopo aver indicato come la formazione di partiti politici su scala etnica abbia costituito un ulteriore ostacolo per la crescita di un movimento civile per la pace, l’autore si concentra sullo scarto tra i centri urbani e le zone rurali e sul fondamentale disinteresse della popolazione vessata da una condizione economica in crisi come elementi capaci di spiegare il “ritardo” della società civile nel contenere l’esplosione della guerra. Andjelic attribuisce inoltre il fallimento delle iniziative di opposizione alla guerra al mancato controllo delle forze militari o paramilitari da parte dei manifestanti. L’impostazione dell’autore sembra quindi cosiderare la violenza come l’unica soluzione praticabile per innestare nella società jugoslava idee innovative e democratiche; un’idea che, oltre a non irrobustire l’analisi dei vincoli strutturali qui proposta, non sembra allontanarsi dai pregiudizi che descrivono la violenza come un elemento costitutivo della storia balcanica.

L’interpretazione proposta da Andjelic sembra contaminata da quel particolare circolo vizioso che spesso, nei contesti di guerra, vede il pensiero critico inibito dalla logica stessa della violenza. Nebojša Popov nel suo saggio La Produzione della Guerra offre a tal proposito qualche sputo su cui riflettere. L’autore riconosce che

La critica e la creazione [culturale] rimangono risorse e sostegni insostituibili alla resistenza e alle forze della disgregazione e dello sterminio (p. 175)

ma è anche consapevole che il discorso sulla violenza, veicolato e irrobustito dalla produzione mediatica, può determinare una situazione in cui

(…) ogni bisogno di capire gli avvenimenti e di analizzare i fattori che vi hanno contribuito viene paralizzato (p. 165).

Popov concentra la sua attenzione proprio sulla produzione mediatica della guerra, muovendo dalla consapevolezza che le uccisioni e le distruzioni rappresentano solo la parte più visibile del conflitto. Nel saggio citato l’autore ripercorre la costruzione del discorso sulla guerra che i media jugoslavi – sia quelli più potenti subordinati alla propaganda di regime, sia una parte dei media indipendenti – presentavano nei termini di una rigida opposizione tra “nazione-vittima” e “nazione-boia”, utilizzando una schematica ripartizione del male e della colpa tra le diverse etnie coinvolte. «La guerra e tutto ciò che essa conteneva diventavano qualcosa di banale e, allo stesso tempo, fatale» (p. 172) al punto che tutti gli attori sociali partecipavano alla riproduzione di questo schema interpretativo: tra questi, l’Accademia Serba delle Scienze e delle Arti e – cosa particolarmente significativa – anche una parte consistente dei partiti dell’opposizione.
Tale lavoro discorsivo dei media contribuì in Jugoslavia a chiudere le possibilità di uscita dalla logica della violenza, spianando in questo modo la strada per l’affermazione dei movimenti nazionalisti.

Quando agli occhi dei cittadini [il nazionalismo] è apparso una forza invincibile, molti sono stati inclini a raccogliere le diverse frustazioni accomulate durante il regime comunista e aa aggregarle in una unità, nella frustazione nazionale (…), come se tutti i problemi avessero la loro unica origine nel fatto che uno fosse serbo, croato, musulmano o albanese (p. 169).

Seguendo il ragionamento di Popov si è cercato di integrare con una attenzione alla dimensione discorsiva l’analisi degli ostacoli che la società civile jugoslava ha dovuto fronteggiare; questo dopo aver constatato come il prendere in esame soltanto i vincoli di ordine strutturale possa risultare una operazione non sufficiente ad “uscire dalla logica della violenza” e ad illustrarne il funzionamento in atto.
Un ultimo contributo per recuperare l’impostazione interpretativa tesa ad evidenziare l’erosione dello spazio di elaborazione dell’alternativa al conflitto è offerto dal saggio di Mary Kaldor Transnational Civil Society. In questo testo l’autrice pone alcune questioni che permettono di approfondire la comprensione degli elementi finora introdotti. Per quanto riguarda il fallimento dei movimenti contro la guerra che si svilupparono durante gli anni ’80 in Jugoslavia Kaldor ricostruisce il clima politico che caratterizzò la prima ondata di elezioni pluripartitiche, focalizzando l’attenzione sul caso bosniaco. In questa occasione l’elettorato si ritrovò in una condizione di abbandono, di mancanza di riferimenti politici nazionali capaci di rappresentare un futuro. L’orizzonte di possibilità era stato azzerato: la logica della guerra veicolata dai media da una lato e, dall’altro, le forme di attivismo e di opposizione al regime assorbite dalle ramificazioni del partito non lasciavano alla popolazione nessuna comunità immaginata a cui fare riferimento se non quella di matrice etnica.
Le tesi della Kaldor permettono di gettare una nuova luce anche sul tema della violenza introdotto precedentemente attraverso il saggio di Neven Andjelic. E’ stato illustrato come Andjelic descriva gli strumenti della violenza come “ciò che mancava” alla società civile jugoslava e, in maniera piuttosto controversa, attribuisca a questa “carenza” il fallimento delle manifestazioni civili contro la guerra. La Kaldor, al contrario, sostiene come le iniziative della società civile in Bosnia fallirono perchè non vi era alcuna forma di controllo della violenza esercitata dallo stato. La società civile può esercitare una pressione attraverso i canali dei media o le diverse iniziative di attivismo contro l’abuso di potere, ma in ultima istanza perchè queste voci siano ascoltate ed ottengano il risultato atteso è necessaria una condizione di stato di diritto. Tali questioni sono alla base delle teorie classiche sulla società civile; applicate al contesto jugoslavo dimostrano che

What became evident in Bosnia-Herzegovina was that civil society cannot be a substitute for the state; civic values cannot survive without a rule of law (Kaldor, p. 205).

Queste considerazioni permettono tra l’altro di recuperare il riferimento prima accennato alla condizione di mutua dipendenza tra stato e società civile che caratterizza un sistema democratico.
Nel ragionamento della Kaldor non vi è quindi dubbio che la società civile jugoslava esistesse e abbia cercato di opporsi all’esplosione del conflitto ricorrendo agli strumenti a disposizione. Per enfatizzare questo punto l’autrice, facendo riferimento alle numerose manifestazioni che furono organizzate in Bosnia a partire dal 1990, propone di considerare la guerra «non as a war between national groups but as a war against civil society» (p. 205).

L’analisi fornita da Kaldor offre uno spunto per sistematizzare le riflessioni finora proposte. Nel saggio preso in esame l’autrice distingue tra due differenti modelli di società civile. Il primo, qui introdotto attraverso il saggio di Andjelic, è quello che fa riferimento all’attivismo degli anni ’80, caratterizzato dalla necessità di prendere le distanze dalle ramificazioni del partito comunista per ritagliare degli spazi di manovra autonomi. L’autrice ne parla nei termini di un progetto “anti-politico”.

The emphasis was on the separateness of civil society from the state. In contrast to civil society which encompasses a broader canvass of meaning, anti-politics referred to activities outside the state arena, it was a way of rejecting the Communist party’s monopoly of power, of coping with totalitarianism (p. 203).

Il secondo modello è quello della società civile transnazionale, caratterizzato da una pluralità di forme di attivismo messe in rete da diversi attori e in diverse aree del mondo. Questo, ci dice Kaldor, è un progetto che permette di fare riferimento ad una comunità transnazionale per la promozione dei valori della società civile e, in questi termini, è capace di fornire gli strumenti e diffondere la cultura del dissenso al di là dei confini nazionali.
A differenza del primo modello, si tratta di un progetto che promuove una precisa valenza politica determinata dalla volontà di escludere quelle forme di attivismo che non ripudiano la logica della violenza e che si dimostrano incapaci di prendere le distanze dalle contraddizioni che oggi caratterizzano il settore dell’attivismo civile e dell’aiuto umanitario. Questa distinzione è significativa da diversi punti di vista. Da un lato, per quanto riguarda il caso jugoslavo, è capace di mettere a fuoco i cambiamenti che hanno interessato le forme di attivismo durante e dopo il conflitto. E’ anche capace di indicare un possibile percorso di sviluppo per una società civile locale che, grazie ai rapporti transnazionali, oggi può evitare l’isolamento e rivolgersi al supporto di una comunità allargata.
Dall’altro lato la ritovata dimensione politica della società civile transnazionale mette in guarda dal rischio di valutare positivamente questa nuova forma di attivismo in maniera incondizionata, senza applicare criteri di valutazione né adottare un approccio critico. L’obiettivo è enfatizzare come anche le iniziative della società civile possano rimanere contaminate dalla logica della guerra e reiterare attraverso le loro attività le categorie del conflitto. Il generale la valenza politica a cui l’autrice fa riferimento costituisce una apertura alla complessità della società civile su scala globale.

3. Un caso di attivismo sociale “deviato”. Il movimento Veterendosje! (Kosovo)

In questo ultimo paragrafo si cercherà di gettare uno sguardo sulle modalità di operazione del settore dell’umanitario e su un caso particolare di attivismo civile kosovaro attraverso la testimonianza di Maria Alcidi, osservatrice dell’ufficio Diritti Umani dell’Osce (Organizzazione per lo sviluppo e la Cooperazione economica) in Kosovo. Nelle parole della Alcidi, intervistata nel gennaio 2007, sembra possibile individuare alcune tracce di quelle contraddizioni e cortocircuiti a cui fa riferimento la tesi di Kaldor sulla società civile transnazionale. Questa testiomonianza è qui proposta come un contributo aggiuntivo capace di confermare la necessità di prestare attenzione al grado di coerenza ed efficacia delle organizzazioni internazionali e delle forme di attivismo civile a livello nazionale.

Qual’è il rapporto tra la popolazione kosovara e le organizzazioni internazionali?

Alcidi: La società kosovara percepisce con modalità differenti il contributo delle organizzazioni internazionali alla creazione di percorsi politici inclusivi. Da un lato vi è il discorso ufficiale che critica l’inefficenza dell’aiuto internazionale e rivendica l’autonomia decisionale. Dall’altro lato, quando si tratta di organizzare tavoli di lavoro con la municipalità, di cercare di ottenere l’accesso a determinati fondi o di ridurre il gap tra istituzioni locali e sistema politico centrale, gli enti locali si rivolgono agli internazionali come gli unici organi credibili.
Un esempio su tutti: durante le elezioni politiche del settembre 2004 la gestione dello scrutinio era in mani all’amministrazione locale, e l’Osce esercitava esclusivamente una sorta di supervisione finale. Ebbene, anche in quella occasione, nonostante una generale regolarità delle operazioni di voto, gli stessi locali non furono soddisfatti della loro gestione e chiesero all’Osce di effettuare un secondo scrutinio. I locali non si fidavano del loro stesso lavoro, e questo è a mio parere un episodio emblematico delle relazioni che si sono sviluppate nell’area.
La situazione diventa più complessa se si considera che, da un punto di vista economico, il Kosovo abbandonato dagli investimenti internazionali diventerebbe una delle aree più povere d’Europa. Una pioggia di soldi dall’alto che non penetra nel terreno della società kosovara.

Qual’è lo stato di salute della società civile kosovara?

Alcidi: La stampa internazionale ha dato molto rilievo alle azioni di Veterendosje, il movimento per l’indipenenza del Kosovo protagonista dell’attacco alla sede Onu di Prishtina nell’ottobre 2006, ma in realtà si tratta di un movimento che oggi riscuote pochissimi consensi. Si è trattato di un’eccezionale operazione di marketing: da piccola Ong di Prishtina impegnata nella promozione della società civile e attiva nella azioni di lobby, Veterendosje si è trasformata in una organizzazione pseudo-politica di stampo populista. Il suo discorso si è ridotto ad una rivendicazione dell’autonomia territoriale, minacciata dall’ingerenza di Belgrado e delle organizzazioni internazionali. Non solo: la linea del movimento nel 2004 era assolutamente moderata ed inclusiva rispetto a tutte le minoranze del Kosovo; oggi le campagne di Veterendosje sono dichiaratamente anti-serbe. I loro slogan incitano a boicottare i prodotti serbi e domandano l’allontanamento della minoranza.

Cos’altro ci può dire sulla società civile locale oltre a Veterendosje?

Alcidi: In generale il panorama della società civile è deludente: l’attività delle Ong è vincolata all’approvazione dei finanziamenti e l’idea di lavorare per la società civile a prescindere dal soldo non esiste. Questa situazione determina altri fenomeni perversi come la messa in opera di progetti che sono assolutamente campati in aria: spesso il donors internazionali finanziano un progetto a condizione che questo sia “multietnico”, ma in molte zone del Kosovo la multietnicità non significa niente perchè le minoranze non ci sono più. Quindi può capitare di incontrare Ong che propongono un progetto fittizio in una municipalità dove c’è la presenza di una minoranza, ma si tratta di un diversivo per ottenere i finanziamenti e attuare altrove progetti di tipo diverso. Le storture sono evidenti.

BIBLIOGRAFIA

Andjelic N., The Evolution of Civil Society in a Pre-War Bosnia-Herzegovina, saggio pubblicato nella collana “Europe and he Balkans” edito dall’Università di Bologna;

Kaldor M., Transnational Civil Society, saggio pubblicato nella collana “Europe and he Balkans” edito dall’Università di Bologna;

Popov N., La Produzione della Guerra, saggio pubblicato nella collana “Europe and he Balkans” edito dall’Università di Bologna;

Sekulić T., Violenza Etnica, Roma, Carocci Editore, 2002;

Todorova M., Immaginando i Balcani, Lecce, Argo Editore, 2002

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