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DARFUR, UNA CRISI GLOBALE 5 gennaio 2007

Posted by tom in POLITICA E COOPERAZIONE.
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Il Sahel a sud della Libia e dell’Egitto è oggi geopoliticamente spaccato in due. Da un lato il Sudan, che esporta 500.000 barili di greggio al giorno, e il suo oleodotto (finanziato dai cinesi) che lo collega la Mar Rosso. Dall’altro il Chad con l’oleodotto, finanziato dalla Banca mondiale, che arriva, attraverso il Cameroon, fino al golfo di Guinea e da lì agli USA e all’Europa. In mezzo, nella terra di nessuno tra le zone di influenza Asiatica e Occidentale, il Darfur sudanese e la parte più a Est del Chad sono sconvolte dalla guerra civile, che le potenze mondiali hanno buon gioco a fomentare per impedire ogni stabilità, e quindi ogni assegnazione definitiva all’una o all’altra sfera di influenza.
sudan Come si sia potuti arrivare a questo è presto detto: il Sudan dava ospitalità a Osama Bin Laden ed era stato messo dagli Stati Uniti nella lista dei “Paesi canaglia”. Sanzioni economiche, imposte per la prima volta il 3 novembre del 1997 e rinnovate quest’anno, impediscono le importazioni di merci sudanesi e vietano a ogni cittadino statunitense di commerciare con il governo di Khartoum. Già nove anni fa dunque le compagnie petrolifere americane che esploravano il sud del Paese, dove c’è petrolio in gran quantità, sono state costrette ad andarsene.
Da allora le società petrolifere cinesi hanno cominciato a investire miliardi di dollari in Sudan. conflitti sudanCon il risultato che è oggi di proprietà cinese il 40% della Greater Nile Petroleum Operating Company, il principale consorzio che opera trivellazioni nel paese, e dal Sudan giunge il 7% del petrolio importato in Cina. Sono dunque i partner commerciali asiatici e mediorientali a fornire Khartoum di nuova ricchezza.
Oltre che dal punto di vista finanziario Pechino ha poi cominciato ad aiutare Khartoum anche dal punto di vista politico. A fine agosto il Consiglio di Sicurezza dell’ONU aveva infatti deciso l’invio in Darfur di una forza di pace per sostituire l’attuale missione dell’Unione Africana, male armata e male organizzata. Ma la Cina (aiutata da Mosca), minacciando il veto, ha fatto aggiungere un codicillo alla risoluzione: oil concessionsla missione ONU si farà solo se sarà accettata dal governo di Khartoum. Intanto, assieme all’Ucraina e sempre a Mosca, si è preoccupata di fornire a Khartoum ogni genere di armi: all’aeroporto della capitale per innumerevoli notti sono stati segnalati in arrivo enormi cargo Antonov, mentre i pezzi più grossi, elicotteri e (si dice, ma non c’è conferma) carri armati, sono arrivati invece a Port Sudan, sul mar Rosso.
Tanto è vero che una virtuale “pulizia etnica” è stata di fatto attuata in gran parte del Darfur, quanto è vero che in realtà la crisi è solo ilaiuti umanitari riflesso del fallimento dei vari governi e delle istituzioni internazionali nell’affrontare i temi della divisione del potere e dell’equa distribuzione delle ricchezze. Il conflitto in Darfur riflette dunque un aspetto fondamentale del terzo millennio: l’affacciarsi delle potenze asiatiche (la Cina innanzitutto) sullo scenario mondiale, e nel caso su quello africano, ed il conseguente conflitto con i tradizionali sfruttatori di quelle fondamentali fonti di energia e materie prime di tutto il globo: gli stati Occidentali capitanati dagli USA. Chi vincerà questa nuova guerra globale non è dato saperlo. Chi ci perde è invece presto detto: sono tutti coloro che hanno avuto la sfortuna di nascere là.

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