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¡GANÓ EL ‘‘BACALAO”! 23 dicembre 2006

Posted by ilduca00 in MILANO, EUROPA, POLITICA E COOPERAZIONE.
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La situazione politica in Ecuador alla luce delle recenti elezioni presidenziali

Il 28 novembre 2006 gli ecuadoregni hanno eletto come presidente il sinistrorso chavista Rafael Correa, esponente del movimento Alianza Pais, preferendolo all’affarista bananiero Alvaro Noboa, scommettendo così sulla possibilità di un cambio radicale nella gestione dei reali problemi della popolazione ecuadoregna: bassi salari, poche possibilità lavorative, malnutrizione, sistema sanitario e scolastico insufficiente.

La situazione politica in Ecuador è stata caratterizzata per oltre dieci anni da instabilità, in parte dovuta al profondo scollegamento tra la grande maggioranza dei cittadini, che per lo più sopravvive con un salario inferiore al livello di povertà, e la classe politica, formata per lo più da affaristi, industriali, politici di professione, abituati a modificare gli assetti istituzionali del paese attraverso intrallazzi di palazzo; in parte dovuta alla testarda attività politica della popolazione ecuadoregna, la quale ogni due anni si trova a scendere in piazza per protestare con metodi spesso violenti contro l’ennesimo presidente che non ha compiuto le sue promesse elettorali. Il nuovo presidente eletto pare essere una figura di mediazione tra queste due forti anime della politica ecuadoregna: Correa infatti è un ex ministro del governo di Lucio Gutierez, ex golpista scappato nel marzo 2005 a seguito di una rivolta popolare, che conosce gli ambienti di palazzo e le manfrine politiche per far accettare il suo programma e che ha una vocazione populista, pericolosa in termini teorici per la democrazia, tale però da far presumere che possa ascoltare i timori della piazza e risolvere i concreti problemi.

Politicamente Correa si schiera a sinistra, sulla linea socialisteggiante che sta diffondendosi in America Latina in questi ultimi anni: è infatti contrario alla firma del Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti per via delle profonde conseguenze economiche che avrebbe sull’agricoltura e sull’allevamento, principali settori di occupazione, oltre all’industria petrolifera, nella fragile economia ecuadoregna; ha assicurato che non parteciperà al Plan Colombia, il piano di “lotta” al narcotraffico e alla guerriglia finanziato da Washington; chiederà al FMI il rinegoziamento del debito in modo tale da destinare meno dell’attuale 70% dell’entrate derivanti dal petrolio al ripianamento del debito. Correa ha inoltre ribadito che firmerà nuovi contratti con le compagnie petrolifere che consentano un maggiore guadagno allo stato ecuadoregno confermando così sostanzialmente la linea politica intrapresa dal precedente presidente, Alfredo Palacio, in carica dalla fuga di Lucio Gutierez; Correa infine ha proposto l’adozione di una moneta comune per la Comunità Andina, Peru Ecuador Bolivia, che possa essere di stimolo alla creazione di una zona di commercio dove siano eliminate le barriere doganali.

Il primo problema, che però dovrà affrontare Correa e che rischia di far ripiombare l’Ecuador nell’instabilità politica ed istituzionale una volta assunta la carica, sarà quello di non aver nemmeno un rappresentante del suo partito nel parlamento che dovrà approvare le sue proposte di legge. Questa scelta di purezza morale, il parlamento è stato spesso coinvolto in scandali di corruzione, si potrebbe rivelare però di scarsa lungimiranza politica, avendo a che fare con una assemblea in cui il suo avversario Noboa detiene la maggioranza. Sulla scorta di quanto compiuto in questi mesi da Morales, il presidente boliviano, egli ha già proposto la creazione di una assemblea costituente che modifichi e revisioni la Costituzione, in modo tale da dover poi indire le elezioni una volta conclusasi la fase costituente. E dato che una decisione del genere può essere presa solo dal parlamento, in mano ai suoi avversari politici, Correa ha deciso di scavalcarlo proponendo una consultazione popolare sulla necessità della creazione dell’assemblea costituente. Questa tendenza ad affidare alle scelte della massa decisioni di grave impatto politico e istituzionale è l’altra faccia della medaglia: Correa, infatti, ispirato dal suo mentore Ugo Chavez, ha più volte espresso l’opinione di voler ricorrere a referendum sui temi caldi della politica ecuadoregna, come per esempio sul Trattato di Libero Commercio che gli Stati Uniti stanno negoziando con molti paesi dell’America latina, Ecuador compreso o sui contratti con le multinazionali petrolifere. Un governante dovrebbe invece cercare di prendere le migliori decisioni per la popolazione, assumendosene le responsabilità e focalizzando l’attenzione sulle conseguenze positive e negative che ne derivano, senza demandare alla volontà popolare, spesso facilmente influenzabile da timori e preoccupazioni che non hanno riscontro nella vita reale. Correa invece rinunciando a presentare candidati per il parlamento sembra essersi costretto a rivolgersi alla legittimazione popolare per far approvare le parti fondamentali del suo programma, che lo porteranno inevitabilmente ad acutizzare la sua deriva populista, sperando che, forte del voto popolare, non si limiti all’acquisizione e al consolidamento del prestigio personale ma si dedichi alla risoluzione dei reali problemi dell’Ecuador.

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