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DIRITTI FONDAMENTALI E MERCATO GLOBALE 4 dicembre 2006

Posted by tom in DIRITTI E SOCIETA' CIVILE.
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Verso il Forum Sociale Mondiale “Nairobi 2007”

Lo scorso 14 febbraio il Parlamento Europeo ha approvato all’unanimità la “Risoluzione Agnoletto” sulla Clausula diritti umani e democrazia negli accordi tra Unione Europea e Paesi terzi. L’aula di Strasburgo si è dichiarata indisponibile ad avallare nuovi accordi commerciali che non contengano un vincolo democratico chiaro, valido per tutti i paesi (non solo quelli più deboli) e tutti i tipi di accordi (anche quelli settoriali, come il tessile e l’agricoltura).
In occasione della giornata mondiale della lotta all’HIV, venerdì 1 e sabato 2 dicembre, un convegno alla Camera del Lavoro ha analizzato l’origine e il significato di questa clausula chiedendosi come l’economia possa essere ricondotta al servizio della vita. Sono state messe in evidenza tre linee, di analisi e di programmazione, che verranno approfondite al Forum Sociale Mondiale di Nairobi, che permetteranno di favorire una mondializzazione che coniughi sviluppo e diritti umani, mercato globale e libertà fondamentali: malattie, povertà e migrazioni.

Le malattie. Il sesto obiettivo del Millennio dell’ONU, che 191 Stati si sono impegnati a perseguire entro il 2015, può essere assunto ad esempio dei rapporti tra diritti e mercato nella globalizzazione. Recita così: “bloccare la propagazione dell’HIV e cominciare a invertire la tendenza attuale” e “bloccare l’incidenza della malaria e di altre malattie importanti e cominciare a invertire la tendenza attuale”.
Innanzitutto è paradigmatico perché analizzando la situazione saltano all’occhio in maniera lampante le difficoltà del Sud del mondo: in Africa 30.000.000 di persone hanno l’AIDS, 6.500.000 hanno bisogno dei farmaci per curarsi, il 13 % li ha ma per l’80 % si tratta di farmaci obsoleti che rischiano spesso, anziché curare, di provocare ricadute negative. Inoltre è paradigmatico anche per un altro motivo: illustra che “se si vuole si può”, spiega Vittorio Agnoletto, ma non si vuole, e quindi non si può.
L’India, per esempio, produceva farmaci retrovirali. Ma dopo l’ingresso nel WTO sono cominciate le restrizioni alla vendita, e i prezzi sono cambiati. Questo perché l’Organizzazione Mondiale del Commercio, con gli accordi TRIPs, ha stabilito che i brevetti appartengono per 20 anni esclusivamente alle comunità di ricerca.
E sebbene siano ammesse deroghe in caso di situazioni particolarmente gravi (come le epidemie), ribadite dalla successiva “dichiarazione di Doha”, che sottolinea specificamente i preoccupanti effetti del brevetto sui prezzi dei farmaci, e nonostante tale dichiarazione sia vincolante, il prezzo dei farmaci è ancora esorbitante paragonato alla reale capacità d’acquisto dei PVS.
“Questo non vuole essere un attacco ai brevetti – dice Agnoletto – ma lo stimolo a ricercare un equilibrio tra la vita di milioni di persone e la ricchezza”. Concretamente da almeno dieci anni non è stata infatti riconosciuta alcuna eccezione. Non è possibile che nel 2005 le aziende farmaceutiche dell’Unione Europea abbiano aumentato del 24% il loro profitto mentre il diritto alla vita di milioni di poveri viene di fatto ignorato.

La povertà. Il secondo punto, che collega primo e settimo obiettivo del millennio (sradicare la povertà estrema e la fame e garantire la sostenibilità ambientale), riguarda la gestione di tutti quei meccanismi che incrementano il divario Nord-Sud del mondo, con particolare attenzione al dumping nel settore agricolo.
Il dumping si verifica quando, attraverso il continuo abbassamento dei costi di produzione o attraverso il sostegno ottenuto con sussidi pubblici, si vendono beni o servizi su un mercato estero ad un prezzo inferiore a quello di vendita (o, addirittura, a quello di produzione) dello stesso prodotto sul mercato di origine. Ed è la causa di un inquietante paradosso: secondo le stime di Banca Mondiale e UNDP, nel 2005 oltre due miliardi e mezzo di persone sono sopravvissute con meno di 2 dollari al giorno, mentre i sussidi che l’Unione Europea destina ogni giorno alle mucche dei suoi verdi pascoli hanno raggiunto 2,5 dollari al giorno al capo.
Oltre che evidentemente in contrasto con ogni etica che assegni una qualche importanza alla vita umana, sul lungo periodo questa pratica “è responsabile della dipendenza economica dei Paesi in Via di Sviluppo dalle economie forti”, denuncia Mamadou Cissokho, presidente Onorario di ROPPA, il più ampio network di movimenti dell’Africa, che rappresenta oltre 50 milioni di contadini.
Se in un primo momento infatti i PVS ne sono beneficiati, poiché vengono immessi sul loro mercato prodotti a basso costo, nel lungo periodo le industrie di questi paesi, basate per l’80 % su piccole attività a conduzione familiare, soccombono alle multinazionali e sono costrette a orientare la propria produzione verso i prodotti per l’esportazione, alimentando la dipendenza e sottomettendo il reale sviluppo della loro economia ai voleri dei compratori stranieri.
Un esempio concreto e che ci riguarda da vicino è quello del Ghana, dove il costo dei pomodori locali è 5 volte maggiore di quello delle conserve “Made in Italy”. Dagli anni ‘80 infatti, a una a una le fabbriche di trasformazioni dei pomodori sono state costrette a chiudere, non potendo competere con i bassissimi prezzi italiani, garantiti dai sussidi statali e dalla manodopera immigrata sottopagata; oggi, suo malgrado, lo Stato africano è il principale importatore mondiale di concentrato di pomodoro. Inoltre l’apertura alle multinazionali distrugge il commercio interregionale.
Per arginare il problema, ammonisce ancora Agnoletto, è necessario che anche Sindacati e Corporazioni del Nord del mondo capiscano la situazione. Questo peraltro si volgerebbe anche a loro vantaggio: “la politica neoliberista del WTO infatti, nonostante l’enorme quantità di sussidi, anche in Italia fa chiudere ogni anno 4000 aziende agricole a conduzione familiare” e mette a rischio i prodotti tipici.
Anche lo sviluppo sostenibile, ha detto in conclusione Wim Dierckxsens, direttore del Segretariato dell’America Latina del Forum Mondiale delle Alternative, potrebbe contribuire ad aumentare la redistribuzione delle risorse, tutelando nel contempo la natura. Per questo bisogna opporsi alla logica dell’usa e getta, portata avanti con razionalità e perseveranza specialmente dalla Cina, che oltre a riempire il mondo di spazzatura, “accorcia la vita dei prodotti, sfrutta al massimo le risorse e, in definitiva, aumenta il costo della tecnologia”.

L’ultimo punto trattato è stato il “problema” delle migrazioni, che l’Unione Europea cerca di arginare sempre di più tramite l’esternalizzazione del controllo: i CPT ora non vengono più costruiti in Italia o in Spagna o in Austria, ma “si stanno stringendo accordi con Bielorussia, Ucraina, Libia, Marocco e Tunisia per fermare quelle persone che cercano solo di mandare ai parenti i soldi per che in altro modo gli sono già stati tolti”, denuncia Aminata Traoré.
Questa pratica, in Italia “condita” con la legge Bossi-Fini, non fa altro che evidenziare come, anziché cercare rimedi efficaci e a lungo termine, la politica europea sia quella del rifiuto e della xenofobia velata. Ed è, diciamolo chiaramente, una politica dannosa e controproducente: oltre che nascondere e alimentare violazioni dei diritti umani, oltre a rendere sempre più difficile l’integrazione, e quindi la convivenza pacifica, oltre a tutto questo è una politica dalle gambe corte, senza alcun obiettivo strategico. Come possono infatti i sostenitori di tale approccio stupirsi davanti al fatto che, una volta messe in ginocchio le economie di paesi già poveri, alcuni loro abitanti si rivolgano altrove nella ricerca dei soldi?
Si calcola che nel 2006 al mondo i migranti siano stati oltre 195 milioni e si pensa che attualmente ce ne siano oltre 1.000.000 sulle coste libiche in attesa. Se si vuole risolvere il “problema” dell’immigazione è evidente che bisogna mettere le popolazioni del Sud del mondo in condizione di sfruttare al meglio ciò che già hanno (ad esempio le risorse naturali) in modo da svilupparsi realmente e non dover fuggire dalla povertà e dalla corruzione da essa alimentata.

Le soluzioni “Ora l’unica strategia africana è la sopravvivenza” denuncia Aminata Traoré. E lo stesso vale per molti altri Stati, che non raggiungeranno nessun obiettivo del millennio. Tuttavia alcune soluzioni sono possibili.
Innanzitutto, ammonisce Samir Amin, presidente del Forum Mondiale delle Aternative, bisogna smettere di pensare che l’aiuto ai PVS possa avere la forma della carità. Quello che serve sono le regole. E non basta che siano uguali per tutti. Devono essere rispettate da tutti e allo stesso modo. Si dovrà poi capire che povertà, risorse, migrazioni, diritti umani sono fenomeni correlati, tutte facce della stessa medaglia, e che quindi dal punto di vista politico, per esempio, migrazione e cooperazione internazionale dovrebbero avere lo stesso Ministero. E che per promuovere un mondo in equilibrio (che tra quarant’anni i nostri figli dovranno condividere con altri 9 miliardi di persone) servono soluzioni globali e di ampio respiro.
Questi sono tutti punti fondamentali, cui la “risoluzione Agnoletto” dà grosso peso, avendo come preciso scopo quello di far valere uguali regole di rispetto di tutti i diritti umani (non solo un paio a seconda della convenienza), l’estensione ad ogni tipo di accordo e l’introduzione della responsabilità delle multinazionali. Ma soprattutto, sottolinea il suo relatore, “introduce l’elemento della reciprocità: se sarà approvata dal Consiglio Europeo permetterà infatti anche ai Paesi terzi di vincolare l’UE al rispetto delle libertà fondamentali”, costituendo un forte deterrente, per esempio, a episodi come quelli di Ceuta e Melilla.
Un altra via da percorrere è poi l’eliminazione dei sussidi per l’agricoltura, che porterebbe nelle casse dei paesi industrializzati la bellezza di 160 miliardi di dollari. Di questi 1/3 sarebbe sufficiente a raggiungere l’Obiettivo del Millennio dell’ONU di dimezzare la povertà entro il 2015. Inoltre, poiché la massimizzazione del profitto avviene spesso a scapito della violazione dei diritti fondamentali dei lavoratori, una politica seria e coerente, che obblighi chi produce a rispettare i lavoratori, non farebbe altro che eliminare il problema delle merci sottocosto garantendo il rispetto dei diritti di milioni di lavoratori.
Infine, mentre per i teorici del neoliberismo il legame sociale deve passare per forza attraverso il mercato, e dunque il libero mercato sarebbe una condizione necessaria alla democrazia, al contrario, ricorda Samir Amin, “noi pensiamo che il mercato sia solo uno dei nodi attorno a cui si muove una società e attorno a cui si deve muovere la politica. La democrazia senza progresso sociale perde legittimità e forza.” Bisogna dunque pensare a far crescere, organizzandolo, il ruolo della società civile di tutto il globo.
Quando le potenze occidentali capiranno che è meglio esportare la democrazia promuovendo diritti ed emancipazione piuttosto che con le bombe; quando capiranno che se smettono di sussidiare i settori in palese perdita chi ci guadagna sono innanzitutto i loro milioni di cittadini; quando finalmente vincoleranno il business a criteri di uguaglianza sociale e stato di diritto; e soprattutto quando la smetteranno di chiamare libero un mercato assolutamente dominato dal loro peso e da quello delle multinazionali, ecco, allora riusciranno finalmente a farsi veramente promotori di un mondo migliore.
Gli appuntamenti sono dunque due: la trasformazione in Direttiva da parte del Consiglio Europero, della Risoluzione Agnoletto su diritti umani e democrazia e il Forum Sociale Mondiale di Nairobi a gennaio 2007. E Susan George, tra le fondatrici di Le Monde Diplomatique, assicura: “ci saranno persone, idee, programmi, esperti per tornare ad essere quella forza organizzata e determinata che il 15 febbraio 2003 protestò per l’invasione dell’Iraq, coinvolgendo anche i ricercatori dell’Antartide, e che il New York Times definì “la seconda potenza del mondo”.

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