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LA CRIMINALIZZAZIONE DELL’IMMIGRAZIONE 14 novembre 2006

Posted by ilduca00 in DIRITTI E SOCIETA' CIVILE.
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In questo momento in Italia una buona fetta di persone immigrate vivono nell’illegalità. Il primo e principale motore di questo fenomeno è lo stato stesso che criminalizza la persona punendolo con una pena senza che l’immigrato abbia tenuto qualsivoglia condotta, criminalizzando il semplice stare in Italia.

Il testo unico sull’immigrazione con relative modifiche richiede come requisito per l’essere in Italia un visto di natura turistica apposto sul passaporto, visto della durata massima di tre mesi e non convertibile, o un permesso di soggiorno, che viene rilasciato per motivi di salute, di studio, umanitari e di lavoro. Quest’ultimo è il vero motivo per il quale gli stranieri approdano in Italia occupando quella fascia di mansioni snobbate dalla gioventù italiana. È facile immaginare come le maggiori richieste di rilascio di permesso di soggiorno sono per svolgere una attività lavorativa subordinata, autonoma o stagionale.

Per quanto riguarda il lavoro subordinato, il tipo di lavoro più diffuso tra le persone immigrate, le modalità per ottenere il rilascio del permesso di soggiorno sono alquanto irragionevoli: il datore di lavoro, nell’idea della legge, presenta ad un ufficio del ministero del lavoro i documenti che attestino il contratto di lavoro che vuole far sottoscrivere al migrante che non conosce e quale sarà l’alloggio della persona una volta arrivata in Italia. Il migrante è ancora nel suo paese, non si è accordato con il datore di lavoro per la mansione che andrà a svolgere ma è stato scelto nominalmente tra molti in una lista di aspiranti lavoratori in Italia presente nell’ambasciata Italiana nel suo paese. Ricevuto il contratto di lavoro e la chiamata in Italia il migrante deve presentarsi all’ambasciata Italiana nel suo paese per ricevere il visto di ingresso e poi può comprarsi un biglietto aereo e atterrare in Italia. È evidente come tutto questo non accada e non tenga conto della realtà: quale sarebbe il datore di lavoro che sceglie una persona senza averla conosciuta, vista in faccia scambiandoci due chiacchere, italiano o straniero che sia?

Ogni giorno migliaia di persone straniere arrivano in Italia perchè hanno parenti che da anni lavorano in Italia, o per turismo o per cercare lavoro, senza perciò un permesso di soggiorno ma con un visto che nel migliore dei casi permette di stare sul territorio Italiano tre mesi. Arrivano, dopo aver risparmiato qualche soldino, cercano un posto dove dormire temporaneamente, trovano un lavoro. Questa è la banale trafila che svolgono la maggior parte degli immigrati in tutto il mondo. In Italia però divengono criminali a metà del percorso: infatti il permesso di soggiorno turistico non è convertibile in uno per lavoro e secondo la norma il migrante è nel suo paese ad aspettare la chiamata del datore di lavoro, per poter ottenere il visto; una volta trovato il lavoro dovrebbe quindi tornare nel suo paese. Invece accade che, una volta trascorsi i tre mesi di validità del visto, gli stranieri rimangono sul territorio italiano, spesso dove già lavorano in nero: sono così passibili di provvedimento di espulsione, il quale ordina al soggetto di lasciare immediatamente il territorio italiano e vieta il reingresso per i successivi dieci anni. Il provvedimento di espulsione non è il risultato di un procedimento giudiziale che accerta una condotta penalmente rilevante ma è un provvedimento amministrativo rilasciato dalla questura attraverso il quale lo stato reprime la sola presenza di immigrati irregolari sul suo territorio. Se lo straniero non lascia il territorio è passibile di procedimento penale per non aver eseguito l’ordine di espulsione che può concludersi con la condanna ad una pena detentiva da 6 mesi ad un anno. Lo straniero non ha fatto nulla: si è solo trattenuto sul territorio italiano oltre il termine del visto, non tenendo nessuna condotta e non causando nessun evento, presupposti essenziali per la configurazione di un reato nel paradigma oggettivistico del diritto penale italiano. Non se ne è andato alla scadenza del visto, né quando gli hanno ordinato di andarsene ma è comunque sottoposto ad una pena detentiva.

Considerata anche l’ampia diffusione del fenomeno, il reato di clandestinità è divenuto vigente. Infatti, dato che il codice penale riconduce alla nozione di reato l’applicazione di una pena prevista nell’art39 c.p., è chiaro come siamo di fronte ad un reato de facto, poiché alla mera presenza irregolare sul territorio viene applicata una pena. Ed in particolare ad un reato di stato che la dottrina definisce come quel reato nel quale si riconduce l’applicazione di una pena alla presenza di un requisito soggettivo, la particolare pericolosità del soggetto e di un requisito oggettivo, il particolare rapporto che ha il soggetto con una cosa, in sé lecito ma penalmente rilevante a causa della pericolosità del reo. Sono reati di retaggio fascista pian piano abrogati dal legislatore e dalla giurisprudenza e passibili di emenda della Corte costituzionale. In questo caso l’immigrato non ha nemmeno un particolare rapporto con una cosa e perciò il disvalore sarà da ricondurre alla potenziale pericolosità del soggetto. L’intenzione, altra fondamentale parte della struttura del reato, vi è ed è chiara, quella di rimanere sul territorio italiano per lavorare, ma è difficile ricondurgli una cifra intrinseca di disvalore rispetto ai canoni e ai principi della società (es. art 1 Cost. L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro). La pericolosità del soggetto però non è valutata sulla base di fatti precedenti o della sua personalità, come avviene nei pochi casi rimasti nel nostro ordinamento di reati di stato, ma solo sul fatto formale di non essere in possesso di un titolo valido per la sua presenza in Italia e di non essersene andato dopo l’ordine dell’autorità: ciò non può essere considerato indice di pericolosità non essendoci un evento dannoso o pericoloso, requisito previsto per la sussistenza del reato dall’art40 c.p.. La legge invece risponde alle esigenze di quella parte della società Italiana che vede nell’immigrato una persona di qualità inferiore, straniera alle nostre usanze e tradizioni, che può essere solo buono per un lavoro in nero di basso profilo, badanti spazzini e carpentieri.

Le difficoltà poste all’immigrazione regolare sembrano finalizzate all’ostacolare la venuta in Italia di persone straniere, quasi ci fosse l’obiettivo di autarchia sociale, l’esclusione di qualunque straniero dalla nostra società, gelosi di non condividere risorse esistenti e non utilizzate, con altri che non siano facenti parte del tipo italiano; la norma non si occupa del fenomeno ma cerca di reprimerlo consentendo una sola modalità di ingresso, per di più illogica. E’ conseguenza concreta invece l’aumento del numero di immigrati irregolari, che non possono trovarsi un lavoro con contratto, costretti ad accettare condizioni di lavoro umilianti e di sfruttamento e condotti a conoscere ambienti criminali, sia in strada che in carcere, che nei cpt, in cui apprendono facili vie di guadagno e di sostentamento.

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Commenti»

1. tom - 14 novembre 2006

BELLO E INTERESSANTE!


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