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CIO’ CHE SOSTENTA L’UMANITA’ 1 novembre 2006

Posted by tom in ECONOMIA E SOSTENIBILITA'.
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Durante la collettivizzazione la coltivazione del riso era consentita solo per la sussistenza e non si poteva trasportarne più di 10 kg a testa, ma con il doi moi ilCase sul Mekong Vietnam è passato in due decenni da paese importatore a secondo esportatore mondiale. Una delle regioni maggiormente interessate dal fenomeno è il Delta del Mekong.
In barca, perché con le piogge una piena rossastra addirittura fa refluire la corrente tersa degli affluenti, all’alba ci muoviamo dal porto di Chau Doc. Lungo il fiume limaccioso, fra trecce di canali spesso ancora scavati a mano, le isole appaiono e scompaiono con le maree. Le risaie rispondono alla danza vibrando di colori: immense distese di campi si illuminano di verde smeraldo laddove le donne trapiantano a uno a uno i germogli appena nati per evitare che le radici marciscano; di giallo brillante quando, chiusi i canali, le spighe pendule vengono tagliate a mano e trasportate in carriola alle pulitrici che separano la lolla dalla pianta; d’ocra quando i contadini lo Risaiemettono ad asciugare ai bordi delle strade, che nelle giornate di sole sono anche rosa shocking, per i bastoncini d’incenso messi a essiccare, e blu e bianche d’ingorghi di studenti in bicicletta.
In questa variopinta sinfonia, battezzata in epoca coloniale col nome, d’incontro e di scontro, di Indocina, dopo un secolo di guerre contro Francesi, Americani e Cambogiani, ora la meta più ambita è il benessere, cui pacificamente i vietnamiti e le minoranze cham, laotiane, cinesi e khmer tributano oggi il sacrificio dell’ambiente naturale, riguadagnandosi i ritmi calmi dei tropici. Dove l’Asia si sfalda nell’infinito arcipelago oceanico, tutti abitano le stesse piene, navigano le stesse acque e cercano di strappare qualche metro di terra alle inondazioni violacee, evitando il più possibile, con la serenità di chi è nato dovendo chinare il capo, le mine e gli altri residui bellici.
Placida, seduta su un molo arancione e verde di mattoni e di alghe, una vecchia si ripara dal sole di mezzogiorno all’ombra del suo non bai thao, La cucitura dei sacchi di Iutail conico cappello di paglia vietnamita. Cuce grandi sacchi di iuta beige che serviranno per trasportare i diversi tipi di riso e le farine.
Dietro di lei, in un capannone grigio di cemento, un complesso sistema di centrifughe e tapis roulant separa dapprima le glumette gialle e secche, da cui verrà prodotto nutrimento per i maiali; poi i chicchi rotti, che verranno macinati per ottenere farina; poi quelli interi, che saranno sbiancati eliminando gli strati cellulari più esterni e venduti sul mercato internazionale.
La farina per la maggior parte è destinata alla fabbricazione artigianale dei noodles: in torride capanne nascoste tra i palmeti la polvere bianca è fatta bollire, al fuoco delle noci di cocco, in vaporosi calderoni. Quando il liquido si fa una pasta densa e rappresa, viene steso su rotonde piastre di ferro dove si raffredda in morbidi fogli bianchi. Stesi ad asciugare qualche ora, quei veli di panna verranno poi modellati in La preparazione dei Noodlesspaghetti o tagliati in vermicelli; infine venduti e cucinati direttamente sulle barche, nei mercati e nelle bettole.
Dopo il rinnovamento è tutto un fiorire di piccole aziende a conduzione familiare. Ma questo non è l’unico effetto dell’aumento della produzione del candido cereale: dove il ghiaccio ancora non cede il passo ai frigoriferi perché non c’è la corrente elettrica, e non perché non ci sono i frigoriferi, le barche lasciano il posto al trasporto su strada, i remi al gasolio e i non bai thao alle visiere e agli occhiali da sole; la coltivazione intensiva impoverisce il terreno; i diserbanti e i pesticidi disperdono metalli pesanti lungo tutta la catena alimentare. Tutti hanno il telefonino e le spighe intrecciano al vento la loro danzaEssicazione dei Noodles tra lattine e vuoti di bottiglia.
Tornando verso Chau Doc, vediamo un muretto di fango che cede al flusso della corrente. La modernità e i suoi lasci, invece, non verranno trascinata via, nemmeno dalla prossima piena. Ma qui, in Asia, sempre tutto resta e tutto cambia ed è più complicato di ogni schema preconcetto: mentre la regione si volge all’ambigua meta dello sviluppo, il riso si mantiene elemento imprescindibile della società. E risponde con una nuova eco alla stessa millenaria evocazione sanscrita: dhanya, “ciò che sostenta l’umanità”.

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