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L’EMBLEMA DELLA CITTA’: LA BISCIA 3 aprile 2006

Posted by tom in SATIRA.
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La sua prima apparizione risale a quel periodo di splendore, ricchezza e libertà che va sotto il nome di Basso Medioevo. In quell’epoca di guerre agli infedeli, sante inquisizioni e roghi di ebrei, Ottone III detto “lo sfigato” era ormai giunto in età da matrimonio e perciò incaricò l’Arcivescovo Arnolfo di recarsi alla corte di Bisanzio per trattare le sue nozze con la più bella donna del d’Oriente. Il Vicario, tuttavia, già detto “la mano sinistra di Satana” e famoso in tutto il Sacro Romano Impero per la sua vasta conoscenza delle strade più torbide della Provvidenza, nella capitale rimase così abbagliato dallo splendore di un preziosissimo serpente d’oro da sottrarlo di nascosto al Tesoro Imperiale. Ormai quasi giunto a Milano, preoccupato di nascondere l’oggetto allo Sfigato (Signore e Padrone della Citta), che lo avrebbe reclamato per sé credendolo parte della dote, escogitò allora il seguente stratagemma: sostituire la bellissima principessa con un’orribile bettolara di Lodi chiatta, pelosa e con l’alito di fogna, a lui da tempo legata da profonda amicizia e far così morire di infarto il suo Signore. Come previsto dal terribile Prelato, appena incontrata la donna l’Imperatore Ottone fu colto da due attacchi d’angina, epilessia e impotenza e morì sul colpo. La principessa tornò allora a casa e l’Arcivescovo poté tenere per sé il prezioso serpente dorato, che è ancora oggi incastrato su una colonna di porfido della chiesa di Sant’Ambrogio, a ricordo della vasta conoscenza delle vie viscide della Fede che i preti della città si tramandano da generazioni.

C’è poi un’altra leggenda relativa alla biscia nostrana: una domenica del 1323 durante una durissima trasferta a Frosinone contro la Nazionale dello Stato della Chiesa, un giocatore della squadra dei Visconti, l’attaccante Azzone, zeppo di sangue di rospo (era usato allora al posto degli steroidi), si levò i calzoncini e si addormentò, seminudo, abbracciato al palo della porta avversaria. Approfittando di questa disattenzione, un’eroica Guardia Svizzera infilò allora nei suoi calzoncini una biscia, che vi si accovacciò pronta a morderlo (la mela già da allora non faceva più paura a nessuno). Alla metà del secondo tempo Azzone si svegliò e si rimise i calzoncini da cui in un lampo fuoriuscì la biscia. Alla vista del simbolo del Demonio gli altri giocatori si spaventarono e l’arbitro stava per sospendere la partita ma Azione, sprezzando il pericolo, si arrotolò in vita l’animale e segnò il gol della vittoria, anche se in palese fuorigioco. La biscia divenne da allora tessuto all’ultima moda per le cinture e stemma della squadra e della città, che quell’anno vinse il Campionato del Sacro Romano Impero e la Coppa dei Comuni.

Per quanto tuttavia l’animo umano possa cedere al fascino di queste leggende e per quanto si possano trovare tracce di esse nei libri conservati come reliquie nelle biblioteche cittadine, l’archeologo meticoloso deve riconoscere che la verità storica sull’origine dello stemma di Milano è ben altra: secoli e secoli dopo queste inutili baggianate senza né capo né coda Berlusconi costruì Milano Due e solo allora, per uniformare la troppo storicizzata Milano Uno ai voleri del suo Presidente, il Biscione divenne simbolo della città e apparve nei suoi miti e nelle sue banche.

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