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L’ITALIA DEI RIFUGIATI 12 giugno 2005

Posted by tom in DIRITTI E SOCIETA' CIVILE.
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Secondo i dati ufficiali, 14.223 persone nel 2003 e 15.647 nel 2004 sono arrivate in barca sulle coste meridionali italiane, mentre un numero imprecisato ha perso la vita nel tentativo di raggiungere il nostro paese. La maggior parte dei sopravvissuti, a seguito di un effettivo o tentato ingresso “illegale” in Italia o in ragione del loro soggiorno irregolare, ha però ricevuto ordini di espulsione o di respingimento. In attesa di essere allontanate, queste persone sono state private della libertà e detenute nei “Centri di permanenza temporanea e assistenza”, istituiti già dal 1998 dalla Legge Turco-Napolitano.

Sebbene ogni Stato abbia il diritto di controllare gli ingressi e il soggiorno e di regolamentare l’espulsione dei cittadini stranieri dal proprio territorio, è evidente che tale diritto deve essere esercitato nel rispetto delle leggi e degli standard internazionali in materia di diritti dei rifugiati e comunque mai in violazione dei diritti umani fondamentali.
Innanzitutto, secondo questi standard sia i rifugiati sia i migranti irregolari, come ogni essere umano, hanno il diritto a non subire torture o trattamenti crudeli, inumani o degradanti e possono essere detenuti soltanto in circostanze eccezionali e solo quando le autorità possano dimostrare, caso per caso, che tale detenzione sia necessaria, che si basi su presupposti definiti dalla legge e che abbia luogo per specifiche ragioni. Inoltre i rifugiati, in base alla Convenzione di Ginevra del 1951 (cui l’Italia ha aderito), sono titolari anche di alcuni diritti specifici e gli Stati hanno l’obbligo di proteggerli poiché a causa di ciò che sono o di ciò in cui credono rischiano gravi violazioni dei diritti umani in caso di ritorno nei propri paesi di origine. Tuttavia, per legittimare le detenzioni, anziché fornire le dovute prove, con un meschino gioco di parole le autorità italiane si sono solitamente limitate a sostenere che queste persone non erano tecnicamente “detenute” ma “trattenute”.

Per questi motivi, già nel 2003, Human Rights Watch, un’Ong con sede a New York che fornisce assistenza legale e svolge ricerche sui diritti umani, aveva espresso grave preoccupazione per alcuni episodi in cui non sono stati rispettati i diritti fondamentali delle persone giunte in Italia via mare, mentre l’UNHCR (l’Agenzia per i Rifugiati delle Nazioni Unite) aveva denunciato “la palese noncuranza nei confronti di standard riconosciuti a livello internazionale ed europeo e di elementi fondamentali delle regolari procedure”. Preoccupazione era stata espressa anche nel 2004, sempre dall’UNHCR, per la sorte di centinaia di persone che continuavano a giungere dall’Africa e dal Medio Oriente sull’isola di Lampedusa, in seguito a segnalazioni secondo cui molte di esse erano state rinviate in Libia “senza un’adeguata valutazione delle loro possibili necessità di protezione internazionale”.

“L’affrettato criterio, basato sulla nazionalità, usato per selezionare le persone” non aveva “permesso a singoli individui di qualsiasi nazionalità di inoltrare domanda”, con il conseguente rinvio in paesi in cui rischiavano gravi violazioni dei diritti umani e talvolta persino la condanna a morte (quest’ultima circostanza, se verificata, avrebbe reso l’espulsione non solo contraria agli standard internazionali, ma addirittura in contrasto con la stessa Costituzione italiana).

Altri forti motivi di preoccupazione sono giunti poi dalle crescenti restrizioni imposte all’accesso ai centri di accoglienza: nell’ultimo anno parlamentari italiani, avvocati, attivisti religiosi, giornalisti e la maggior parte delle principali Ong italiane che operano nel campo dell’asilo e dell’immigrazione, hanno lamentato l’impossibilità di incontrare i richiedenti asilo, salvo le rare eccezioni in cui i Cpta venivano svuotati e tirati a lucido. Nemmeno i rappresentanti dell’UNHCR sono riusciti a esercitare completamente il proprio mandato, volto ad assicurare che i rifugiati ricevano adeguata protezione: dopo aver chiesto che l’accesso ai richiedenti asilo fosse immediatamente garantito, hanno riferito che solo cinque giorni dopo la richiesta di autorizzazione e “dopo che oltre mille persone erano già state respinte in aereo in Libia” era stato concesso loro di entrare nel centro di permanenza temporanea di Lampedusa.

Pur non essendo possibile confermare la completa veridicità delle migliaia di denunce inoltrate dai detenuti, la loro quantità, coerenza e regolarità hanno portato Amnesty International (l’organizzazione internazionale che promuove e tutela i Diritti Umani, premio Nobel per la Pace nel 1977) a ritenere che numerose persone “trattenute” nei Cpta sono state sottoposte ad aggressioni da parte di agenti di pubblica sicurezza e del personale di sorveglianza, a un eccessivo e umiliante uso di sedativi e tranquillanti nel corso delle operazioni di espulsione, a condizioni di vita antigieniche, a un’insufficiente assistenza sanitaria, all’impossibilità di comunicare con il mondo esterno e a difficoltà di accesso alla consulenza legale necessaria a contestare la propria detenzione e il decreto di espulsione. Nonostante il Ministro della Giustizia Calderoli abbia solennemente affermato che i Cpta sono alberghi a cinque stelle che non hanno nulla da invidiare a casa sua, sono stati segnalati anche frequente sovraffollamento, infrastrutture non appropriate e alimentazione insoddisfacente, a fronte di una spesa ufficiale dichiarata di 110 € al giorno per ogni detenuto. Inoltre, se all’interno dei centri sono state condotte varie inchieste penali sulle presunte aggressioni fisiche di persone trattenute nei centri, in merito a tali episodi sono state avviate indagini penali e alcuni agenti sono stati processati; ma, in generale, hanno goduto di notevole impunità, grazie anche al fatto che il reato di tortura nel codice penale italiano è stato introdotto e poi reso inefficace, stabilendone l’esistenza solo qualora la violenza sia reiterata.

Tutte queste preoccupazioni sono accresciute dalla generale tensione di molti centri, con frequenti proteste, tentate evasioni, alti livelli di autolesionismo e scoppi di violenza tra detenuti; da una crescente confusione e scarsa distinzione delle funzioni dei centri.

Dal fatto, inoltre, che l’Italia non abbia istituito un organismo nazionale indipendente di controllo, con il mandato di compiere visite regolari e senza preavviso nelle strutture di detenzione, come stabilito dagli standard internazionali; dal fatto che non solo continua a mancare una legge specifica e organica sul diritto d’asilo, ma la legge Bossi-Fini si è rivelata del tutto inadeguata rispetto agli standard internazionali e non ha garantito procedure eque e imparziali, peggiorando anzi la già difficile situazione italiana; infine, dal fatto che il tema dell’immigrazione viene spesso affrontato – dai mass-media e dal discorso politico – con un elevato grado di superficialità ed imprecisione. Ad esempio, non si sa se per ignoranza o malafede, le parole rifugiato, clandestino, extracomunitario e richiedente asilo, pur avendo significati completamente diversi, nella lingua italiana corrente sono diventati inopportunamente sinonimi.

È così intensa l’odierna clandestinofobia (la Lega Nord ha recentemente espresso la volontà di considerare la clandestinità un reato penale) che oggi anche le persone meno influenzate dai pregiudizi riescono a stento a credere alle stime secondo le quali a New York ci sono trentamila italiani sprovvisti di regolare permesso. Più di quanti non ce ne siano, provenienti da tutto il mondo, in Lombardia e in Emilia messe insieme.

In conclusione, tanto è vero che ciascun rifugiato è il risultato del fallimento di un governo nella protezione dei diritti umani, quanto è vero che in Italia la strada per fare di questi diritti una realtà accessibile a tutti, e non solo agli italiani, è ancora lunga. Gli ostacoli più grossi sul percorso sono la disinformazione mediatica (specialmente televisiva), la mancanza di organicità e sensibilità nei provvedimenti del legislatore e un dibattito specialistico e ristretto o banalizzato in senso razzista. Non ultima colpevole è la politica, troppo concentrata su fattori di tipo elettorale per promuovere una riflessione seria ed estesa sui temi dell’immigrazione.

È dunque giunto il momento che le autorità riconsiderino profondamente la loro attuale strategia, legislazione e prassi circa la detenzione, le condizioni e il trattamento dei migranti irregolari e dei richiedenti asilo, assicurandone un adeguamento ai principi di solidarietà e giustizia presenti nella stessa Costituzione, agli standard internazionali dei diritti umani e dei rifugiati, nonché alle nuove linee-guida del Consiglio d’Europa.

Questo articolo è stato pubblicato su “Come” n 239.

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