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LA STECCA DEGLI ARTIGIANI 24 aprile 2005

Posted by tom in MILANO, EUROPA.
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All’inizio degli anni Ottanta, dopo aver dato lavoro a oltre mille operai per più di mezzo secolo e dopo aver passato vent’anni in stato di abbandono, una fabbrica dismessa in pieno centro di Milano viene rasa al suolo. Si salva solo la “stecca” più esterna, assegnata in seguito ad alcuni artigiani. Nasce così la Stecca degli Artigiani, terra di confine tra la città e l’enorme vuoto urbano che si apre a sud di via de Castillia. Un edificio incompleto, un presente travagliato, sospeso tra la sua forte identità storica e un futuro del tutto incerto.Alla fine dell’Ottocento, dove l’antica via Comasina entra a Milano scavalcando con un ponte la ferrovia, c’è solo qualche cascina (isola, in milanese) alla confluenza del Seveso e del Naviglio della Martesana, che scorrono ancora in superficie. La presenza delle vie di comunicazione, l’inurbamento crescente e il compiersi della seconda rivoluzione industriale rendono però questo luogo ideale per la costruzione di fabbriche e per la conseguente creazione di un quartiere operaio e artigianale. Nel 1885, infatti, un costruttore di macchinari elettrici e il proprietario di un laboratorio meccanico a conduzione familiare costruiscono qui le prime strutture di quello che, ingranditosi a dismisura, nel 1908 assumerà il nome di Tecnomasio Italiano Brown Boveri.
Quando, nell’immediato dopoguerra, la produzione diminuisce, una parte dello stabilimento viene rilevata da Siemens OLAP, per produrre telefoni ed altre apparecchiature elettriche. Finché, all’inizio degli anni sessanta, in parallelo allo sviluppo del terziario, l’intero edificio cade in disuso e così rimane, sigillato e murato, per quasi vent’anni. È solo tra il 1978 e il 1983 che la Stecca riprende vita e si riempie di artigiani, sfrattati dalle case del quartiere che devono essere abbattute per lasciare il posto a qualcosa che, ancora oggi, non è stato costruito.
“Qua era tutto un fiorire: erano tutti artigiani! C’erano il ciclista, il restauratore, il lattoniere, il falegname, il saldatore, l’idraulico, il muratore, il riparatore di tapparelle, il tappezziere, il bilanciaio…La Stecca era tutta piena. Non all’ultimo piano. Dove c’è la mostra ora, è inagibile. Prima era agibile! Dato che il comune era responsabile prima se ne occupava, ora un po’ se ne frega”, racconta un abitante storico dell’Isola. Ma questa è solo la parte ufficiale della storia. “C’erano bische sotto l’androne dell’altra entrata [via Confalonieri] – prosegue Gian Paolo – e i cancelli erano sempre chiusi a chiave. C’era un responsabile che doveva chiudere. E loro si chiudevano dentro a giocare a dadi”. Fin dall’inizio trova spazio nell’ex fabbrica anche il pittore Francesco Magli, che apre un laboratorio artistico, quasi ad anticipare il percorso attraverso cui il lavoro artigianale vedrà modificata la sua forma dirigendosi sempre più verso l’arte.
Questo microcosmo manterrà la sua identità anche quando, negli anni Novanta, la politica comunale di aumento degli affitti e i sempre più pressanti progetti di riqualificazione del quartiere Isola (una costante degli ultimi cinquant’anni di storia milanese) fanno sì che alcune attività migrino altrove. “Gli artigiani se ne vanno quando non possono più pagare l’affitto. Pensione, fallimento, trovano un altro posto per lavorare…” racconta sempre Gian Paolo. Si liberano così alcuni spazi che vengono occupati dagli artigiani che restano e da alcune associazioni. ATHLA, per esempio, organizza quotidianamente attività per il tempo libero dei ragazzi handicappati e disabili; Apolidia invece tiene corsi di italiano gratuiti per stranieri e fornisce servizio di assistenza legale agli extracomunitari.
Sempre negli anni Novanta, le aree demolite adiacenti alla Stecca vengono assegnate alla costruzione di due immensi parcheggi. Ma “tra le macerie si trovano ad un certo punto una quarantina di baracche di zingari. Un inverno esplode una bombola di gas liquido. Scoppia un caso…” È in conseguenza a quello scandalo che, nel 1996, dopo più di un decennio di abbandono totale, quelle aree sono riconquistate dai colpi di vanga degli stessi cittadini del quartiere (riuniti nell’associazione Compagnia del Parco), che realizzano gli attuali giardini.
Nel 2001 cominciano a insediarsi in Stecca le prime associazioni di aggregazione spontanea. La prima è Cantieri Isola, che inizia a organizzare il mercatino biologico nei giardini di via Confalonieri e crea un archivio storico ricco di documenti sul quartiere e sui piani urbanistici del Comune. La segue a distanza di dodici mesi Controprogetto. Nata da alcuni giovani con l’idea di vivere e progettare attivamente la città, dà il via alla riqualificazione partecipata dell’edificio e al recupero delle attività artigianali. In soli due anni vengono così riqualificate le cantine e la metà trascurata del secondo piano della fabbrica; si realizza un laboratorio partecipato di falegnameria e di costruzione di oggetti con materiali di recupero; è illuminato il cortile, i cui muri vengono ridipinti con mille colori; vengono attivati una camera oscura (la prima pubblica e a prezzi popolari a Milano), una sala prove e uno spazio per proiezioni; prende il via la Jazz Jam Session del lunedì, punto di riferimento per gli autodidatti e gli studenti più giovani e brillanti della scuola Civica e del Conservatorio; nasce infine il “Ristorantino alla Stecca”, aperto ogni martedì con un menu diverso.
Una volta aperte le porte a diverse forme di collaborazione e di eventi, la Stecca si riaccende di popolazioni molto diverse. Sono stati aperti altri laboratori, che offrono al quartiere e alla città servizi finora inediti. Isola TV è la TV di quartiere: si pone come obiettivo quello di dare spazio e voce ai giovani videomaker e a chiunque abbia voglia di comunicare e proporre una tv realmente calata nel territorio. AcKme, oltre ad avere di recente aperto tre postazioni free internet, organizza seminari, lezioni e conferenze sui temi dell’informatica; inoltre raccoglie, utilizza e distribuisce free software e gestisce un laboratorio aperto di hardware in cui tutti possono portare il proprio materiale e usufruire di quello presente per realizzare sperimentazioni legate all’ elettronica e alla robotica. Eveline organizza libere letture ed è il gruppo di più giovane costituzione del multiverso Stecca. Maltrainsema è il gruppo di Consumo Critico del Milano Social Forum e un lunedì al mese si riunisce per una spesa collettiva direttamente da produttori biologici. Anche +BC, la ciclofficina di Critical Mass, ha qui la sua sede in cui, il mercoledì pomeriggio e il sabato tutto il giorno, è possibile imparare ad aggiustare la propria bicicletta.
Infine, come è già accaduto in molte altre città europee, quest’area industriale dismessa sta trovando nuova vita come spazio espositivo: l’associazione Isola per l’Arte, Cantieri Isola, Controprogetto, Francesco Magli e suoi allievi, in collaborazione con il comitato di quartiere “I Mille”, stanno proponendo la trasformazione dell’ultimo piano, circa 1500 mq, in museo per l’arte contemporanea.
Alcune di queste iniziative hanno coinvolto l’intera città, altre si sono “limitate” ad interagire con gli elementi del quartiere più legati alla tradizione e alla memoria. Questo, col suo mix di tradizione e innovazione, ha risposto positivamente, mostrandosi come modello avanzato di vivibilità urbana. Tuttavia la Stecca e i giardini ad essa adiacenti rischiano di scomparire in breve tempo, sebbene la loro importanza sia dimostrata dal fatto che cinque dei progetti finalisti del concorso pubblico per la riqualificazione dell’area Garibaldi-Repubblica, tra cui quello vincitore, ne consiglino la riutilizzazione. E’ solo nell’ipotesi del Programma Integrato di Intervento “Isola De Castillia e adiacenze” (elaborato dal Comune di Milano, ma non ancora approvato dal Consiglio Comunale) che si prevede di:
• abbattere la Stecca e gli altri edifici industriali e residenziali di via De Castillia;
• edificare sui terreni pubblici dei giardini e della Stecca due torri di 19 piani, due edifici di 9 piani, uno di 7 piani ed un asilo (opere realizzate trasferendo da altre aree i diritti di edificazione di alcuni operatori privati);
• trasformare via Volturno in un’autostrada di collegamento tra Viale Zara e il centro della città, spazzando via l’altra metà dei giardini e dividendo in due il quartiere.
I grattacieli che ospiteranno gli uffici del Comune, della Provincia e della Regione gettano già oggi i loro diciotto piani d’ombra.
Per contrastare queste iniziative le associazioni della Stecca e del quartiere stanno creando una fondazione “Stecca degli Artigiani” che si occupi di salvare l’edificio, promuovere e integrare le attività già presenti e coordinarne i progetti. In questo modo la Stecca si consoliderebbe come incubatrice di imprese artigianali, di laboratori partecipati, di servizi, di attività sociali e di volontariato. Insomma, un luogo d’arte e cultura, di incontro e di proliferazione di competenze, spazio di dialogo tra innovazione e tradizione, nuove tecnologie e antichi mestieri. “Quello che è bello qui è il fatto che in un modo o nell’altro parli con tante teste diverse. Sono generazioni e popoli differenti che si ritrovano qui e devono comunicare tra loro”, racconta Michele, di Controprogetto.
Attualmente, tuttavia, la meraviglia di questo posto coincide con quelle che sono poi le sue debolezze: “Quando d’estate si svuota, rimane tutto in mano a traffici più o meno illeciti che sfruttano il fatto che qui ci si possa nascondere. Una terra di nessuno. Perché noi abbiamo illuminato il cortile? Oltre che per riqualificarlo – ci spiega Alessia di Controprogetto – anche per fare capire che questa non deve essere una strada dimenticata. Ci siamo noi, veniamo, vengono le persone con i bambini, i figli”. “Ci sono stranieri, sia i rom che i nordafricani, con i quali cerchiamo di avere un rapporto di comprensione. Noi siamo qua per dare un valore aggiunto all’occupazione della Stecca. Essere qui ed entrare in conflitto con le persone che hanno altre esigenze, per esempio di tipo abitativo piuttosto che lavorativo – testimonia Cip di +BC –, non ha alcun senso… Quindi se han bisogno di riparare una bicicletta cerchiamo di venirgli incontro; se sono biciclette rubate invece no”.
Per far capire che questo non è un posto abbandonato, è necessario però che, anziché abbattere tutto, il comune si interessi dei problemi reali e contingenti del quartiere e aiuti le associazioni a portare avanti il loro lavoro con serenità. Invece, giusto in questi giorni, solo per fare un esempio, è stato operato lo sgombero del campo nomadi situato di fronte all’entrata di via de Castillia, senza preavviso e soprattutto senza pensare alla sistemazione delle persone coinvolte, che si sono ovviamente raccolte nel cortile della Stecca, che si è trovata a dover risolvere il problema senza i mezzi, le competenze e, soprattutto, senza alcun aiuto da parte delle istituzioni. “Non è possibile che il Comune lasci marcire tutto in questo modo “, racconta indignato Francesco. “È facile fare così e poi incolpare i giovani del degrado”.
In conclusione, la questione centrale che si deve sollevare riguardo all’ex fabbrica milanese non è quella che viene posta più spesso: deve essere abbattuta oppure deve restare quale essa è oggi? Quasi certamente, infatti, non accadrà nessuna delle due cose. La questione centrale cui, piuttosto, dobbiamo pensare, è cosa essa ci dica sui valori sui quali noi, tutti noi, di fatto viviamo. Non si tratta dunque di fare sedere la Stecca sul banco degli imputati di un ipotetico tribunale, ma di farla parlare in quanto testimone della realtà che ci circonda. “Se fosse per me, – dice sempre Gian Paolo, da dietro il bancone della sua trattoria in via de Castillia – farei venire un camion pieno di vernice bianca, me lo sogno anche di notte, e farei dipingere tutta la stecca di bianco. La Stecca dovrebbe diventare il simbolo dei giovani di Milano”.

Questo articolo è uscito su “Come” n 230 ed è stato scritto da Valentina Bugli, Michele Ceglia e Tommaso Napoli

– link –

La Stecca

– video –

Milano, May Day Parade 2001

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Commenti»

1. klement - 6 marzo 2014

Fate un controprogetto pure contro la demenziale riesumazione dei navigli, buttando all’aria la città paradossalmente con lo slogan della mobilità dolce. Appena iniziassero le devastazioni dei cantieri, saranno tutti No canal.
Milano città d’acqua è la stessa retorica della Roma imperiale di Mussolini


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